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Gellio - Noctes Atticae - 6 - 11

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11 Neque "levitatem" neque "nequitiam" ea significatione esse, qua in vulgi sermonibus dicuntur.

1 "Levitatem" plerumque nunc pro inconstantia et mutabilitate dici audio et "nequitiam" pro sollertia astutiaque. 2 Sed veterum hominum qui proprie atque integre locuti sunt, "leves" dixerunt, quos volgo nunc viles et nullo honore dignos dicimus, et "levitatem" appellaverunt proinde quasi vilitatem et "nequam" . . . hominem nihili rei neque frugis bonae, quod genus Graeci fere asoton vel akolastos dicunt. 3 Qui exempla horum verborum requirit, ne in libris nimium remotis quaerat, inveniet ea in M. Tullii secunda Antonianarum. 4 Nam cum genus quoddam sordidissimum vitae atque victus M. Antoni demonstraturus esset, quod in caupona delitisceret, quod ad vesperum perpotaret, quod ore involuto iter faceret, ne cognosceretur, haec aliaque eiusdemmodi cum in eum dicturus esset: "videte" inquit "hominis levitatem", tamquam prorsus ista dedecora hoc convicio in homine notarentur. 5 Ac postea, cum in eundem Antonium probra quaedam alia ludibriosa et turpia ingessisset, ad extremum hoc addidit: "O hominem nequam! nihil enim magis proprie possum dicere." 6 Sed ex eo loco M. Tullii verba compluscula libuit ponere: "At videte levitatem hominis! Cum hora diei decima fere ad Saxa rubra venisset, delituit in quadam cauponula atque ibi se occultans perpotavit ad vesperum; inde cisio celeriter ad urbem advectus domum venit ore involuto. Ianitor rogat: "Quis tu?" "A Marco tabellarius." Confestim ad eam, cuius causa venerat, deducitur eique epistulam tradit. Quam illa cum legeret flens - erat enim scripta amatorie; caput autem litterarum hoc erat: sibi cum illa mima posthac nihil futurum, omnem se amorem abiecisse illim atque in hanc transfudisse -, cum mulier fleret uberius, homo misericors ferre non potuit: caput aperuit, in conum invasit. O hominem nequam! - nihil enim magis proprie possum dicere: ergo ut te catamitum nec opinato cum ostendisses, praeter spem mulier aspiceret, idcirco urbem terrore nocturno, Italiam multorum dierum metu perturbasti?" 7 Consimiliter Q. quoque Claudius in primo annalium "nequitiam" appellavit luxum vitae prodigum effusumque in hisce verbis: "Persuadent i cuidam adulescenti Lucano, qui adprime summo genere gnatus erat, sed luxuria et nequitia pecuniam magnam consumpserat." 8 M. Varro in libris de lingua Latina: "Ut ex "non" et "volo"" inquit ""nolo", sic ex "ne" et "quicquam" media syllaba extrita compositum est "nequam"." 9 P. Africanus pro se contra Tiberium Asellum de multa ad populum: "Omnia mala, probra, flagitia, quae homines faciunt, in duabus rebus sunt, malitia atque nequitia. Utrum defendis, malitiam an nequitiam an utrumque simul? Si nequitiam defendere vis, licet; si tu in uno scorto maiorem pecuniam absumpsisti, quam quanti omne instrumentum fundi Sabini in censum dedicavisti, si hoc ita est: qui spondet mille nummum? si tu plus tertia parte pecuniae paternae perdidisti atque absumpsisti in flagitiis, si hoc ita est: qui spondet mille nummum? Non vis nequitiam. Age malitiam saltem defende. Si tu verbis conceptis coniuravisti sciens sciente animo tuo, si hoc ita est: qui spondet mille nummum?"

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[degiovfe] - [2014-02-14 11:03:53]

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