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Gellio - Noctes Atticae - 2 - 29

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29 Apologus Aesopi Phrygis memoratu non inutilis.

1 Aesopus ille e Phrygia fabulator haut inmerito sapiens existimatus est, cum, quae utilia monitu suasuque erant, non severe neque imperiose praecepit et censuit, ut philosophis mos est, sed festivos delectabilesque apologos commentus res salubriter ac prospicienter animadversas in mentes animosque hominum cum audiendi quadam inlecebra induit. 2 Velut haec eius fabula de aviculae nidulo lepide atque iucunde promonet spem fiduciamque rerum, quas efficere quis possit, haut umquam in alio, set in semetipso habendam. 3 "Avicula" inquit "est parva, nomen est cassita. 4 Habitat nidulaturque in segetibus id ferme temporis, ut appetat messis pullis iam iam plumantibus. 5 Ea cassita in sementes forte congesserat tempestiviores; propterea frumentis flavescentibus pulli etiam tunc involucres erant. 6 Dum igitur ipsa iret cibum pullis quaesitum, monet eos, ut, si quid ibi rei novae fieret dicereturve, animadverterent idque uti sibi, ubi redisset, nuntiarem. 7 Dominus postea segetum illarum filium adulescentem vocat et "videsne" inquit "haec ematuruisse et manus iam postulare? idcirco die crastini, ubi primum diluculabit, fac amicos eas et roges, veniant operamque mutuam dent et messim hanc nobis adiuvent." 8 Haec ubi ille dixit, et discessit. Atque ubi redit cassita, pulli tremibundi, trepiduli circumstrepere orareque matrem, ut iam statim properet inque alium locum sese asportet: "nam dominus" inquiunt "misit, qui amicos roget, uti luce oriente veniant et metant". 9 Mater iubet eos otioso animo esse: "si enim dominus" inquit "messim ad amicos reicit, crastino seges non metetur neque necessum est, hodie uti vos auferam." 10 Die" inquit "postero mater in pabulum volat. Dominus, quos rogaverat, opperitur. Sol fervit, et fit nihil; it dies, et amici nulli eunt. 11 Tum ille rursum sum ad filium: "amici isti magnam partem" inquit "cessatores sunt. Quin potius imus et cognatos adfinesque nostros oramus, ut assint creas temperi ad metendum?" Itidem hoc pulli pavefacti matri nuntiant. 12 Mater hortatur, ut tum quoque sine metu ac sine cura sint; cognatos adfinesque nullos ferme tam esse obsequibiles ait, ut ad laborem capessendum nihil cunctentur et statim dicto oboediant: "vos modo" inquit "advertite, si modo quid denuo dicetur". 13 Alia luce orta avis in pastum profecta est. Cognati et adfines operam, quam dare rogati sunt, supersederunt. 14 Ad postremum igitur dominus filio: "valeant" inquit "amici cum propinquis. Afferes primo luci falces duas; unam egomet mihi et tu tibi capies alteram, et frumentum nosmetipsi manibus nostris cras metemus". 15 Id ubi ex pullis dixisse dominum mater audivit: "tempus" inquit "est cedendi et abeundi; fiet nunc dubio procul, quod futurum dixit. In ipso enim iam vertitur, cuia res est, non in alio, unde petitur". 16 Atque ita cassita nidum migravit, seges a domino demessa est." 17 Haec quidem est Aesopi fabula de amicorum et propinquorum quorum levi plerumque et inani fiducia. 18 Sed quid aliud sanctiores libri philosophorum monent, quam ut in nobis tantum ipsis nitamur, alia autem omnia, quae extra nos extraque nostrum animum sunt, neque pro nostris neque pro nobis ducamus? 19 Hunc Aesopi apologum Q. Ennius in satiris scite admodum et venuste versibus quadratis composuit. 20 Quorum duo postremi isti sunt, quos habere cordi et memoriae operae pretium esse hercle puto:
hoc erit tibi argumentum semper in promptu situm:
ne quid exspectes amicos, quod tute agere possies.

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[degiovfe] - [2014-02-13 12:59:19]

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