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Gellio - Noctes Atticae - 1 - 15

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15 Quam inportunum vitium plenumque odii sit futtilis inanisque loquacitas et quam multis in locis a principibus utriusque linguae viris detestatione iusta culpata sit.

1 Qui sunt leves et futtiles et inportuni locutores quique nullo rerum pondere innixi verbis uvidis et lapsantibus diffluunt, eorum orationem bene existimatum est in ore nasci, non in pectore; linguam autem debere aiunt non esse liberam nec vagam, sed vinclis de pectore imo ac de corde aptis moveri et quasi gubernari. 2 Sed enim videas quosdam scatere verbis sine ullo iudicii negotio cum securitate multa et profunda, ut loquentes plerumque videantur loqui sese nescire. 3 Ulixen contra Homerus, virum sapienti facundia praeditum, vocem mittere ait non ex ore, sed ex pectore, quod scilicet non ad sonum magis habitumque vocis quam ad sententiarum penitus conceptarum altitudinem pertineret, petulantiaeque verborum coercendae vallum esse oppositum dentium luculente dixit, ut loquendi temeritas non cordis tantum custodia atque vigilia cohibeatur, sed et quibusdam quasi excubiis in ore positis saepiatur. 4 Homerica, de quibus supra dixi, haec sunt:
all'hote de opa te megalen ek stetheos heie,
et:
poion se epos phygein herkos odonton. 5 M. Tullii quoque verba posui, quibus stultam et inanem dicendi copiam graviter et vere detestatus est: 6 "Dummodo" inquit "hoc constet neque infantiam eius, qui rem norit, sed eam explicare dicendo non queat, neque inscientiam illius, cui res non subpetat, verba non desint, esse laudandam: quorum si alterum sit optandum, malim equidem indisertam prudentiam quam stultam loquacitatem." 7 Item in libro de oratore primo verba haec posuit: "Quid enim est tam furiosum quam verborum vel optimorum atque ornatissimorum sonitus inanis nulla subiecta sententia nec scientia?" 8 Cumprimis autem M. Cato atrocissimus huiusce vitii insectator est. 9 Namque in oratione, quae inscripta est si se Caelius tribunus plebis appellasset: "numquam" inquit "tacet, quem morbus tenet loquendi tamquam veternosum bibendi atque dormiendi. Quod si non coveniatis, cum convocari iubet, ita cupidus orationis conducat, qui auscultet. Itaque auditis, non auscultatis, tamquam pharmacopolam. Nam eius verba audiuntur; verum se nemo committit, si aeger est." 10 Idem Cato in eadem oratione eidem M. Caelio tribuno plebi vilitatem obprobrans non loquendi tantum, verum etiam tacendi: "frusto" inquit "panis conduci potest, vel uti taceat vel uti loquatur." 11 Neque non merito Homerus unum ex omnibus Thersitam ametroepe et akritomython appellat verbaque illius multa et akosma strepentium sine modo graculorum similia esse dicit. 12 Quid enim est aliud ekoloa? Eupolidis quoque versus de id genus hominibus consignatissime factus est:
lalein aristos, adynatotatos legein,
quod Sallustius noster imitari volens sic scribit: 13 "loquax" inquit "magis quam facundus." 14 Quapropter Hesiodus, poetarum prudentissimus, linguam non vulgandam, sed recondendam esse dicit proinde ut thesaurum, eiusque esse in promendo gratiam plurimam, si modesta et parca et modulata sit:
glosses toi thesauros en anthropoisin aristos,
pheidoles pleiste de charis kata metron iouses. 15 Epicharmium quoque illud non inscite se habet:
ou legein tyg'essi deinos, alla sigan adynatos, 16 ex quo hoc profecto sumptum est: "qui cum loqui non posset, tacere non potuit." 17 Favorinum ego audivi dicere versus istos Euripidi:
achalinon stomaton
anomou t'aphrosynas
to telos dystychia,
non de his tantum factos accipi debere, qui impia aut inlicita dicerent, sed vel maxime de hominibus quoque posse dici stulta et inmodica blaterantibus, quorum lingua tam prodiga infrenisque sit, ut fluat semper et aestuet conluvione verborum taeterrima, quod genus homines a Graecis significantissimo vocabulo kataglossoi appellantur. 18 Valerium Probum, grammaticum inlustrem, ex familiari eius, docto viro, comperi Sallustianum illud: "satis eloquentiae, sapientiae parum", brevi antequam vita decederet, sic legere coepisse et sic a Sallustio relictum affirmavisse: "satis loquentiae, sapientiae parum", quod "loquentia" novatori verborum Sallustio maxime congrueret, "eloquentia" cum insipientia minime conveniret. 19 Huiuscemodi autem loquacitatem verborumque turbam magnitudine inani vastam facetissimus poeta Aristophanes insignibus vocabulis denotavit in his versibus:
anthropon agriopoion, authadostomon,
echont'achalinon, akrates, apyloton stoma,
aperilaleton, kompophakelorrhemona, 20 neque minus insigniter veteres quoque nostri hoc genus homines in verba proiectos "locutuleios" et "blaterones" et "linguaces" dixerunt.

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[degiovfe] - [2014-02-12 18:51:35]

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