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Gellio - Noctes Atticae - 1 - 6

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6 Verba ex oratione Metelli Numidici, quam dixit in censura ad populum, cum eum ad uxores ducendas adhortaretur; eaque oratio quam ob causam reprehensa et quo contra modo defensa sit.

1 Multis et eruditis viris audientibus legebatur oratio Metelli Numidici, gravis ac diserti viri, quam in censura dixit ad populum de ducendis uxoribus, cum eum ad matrimonia capessenda hortaretur. 2 In ea oratione ita scriptum fuit: "Si sine uxore possemus, Quirites, omnes ea molestia careremus; set quoniam ita natura tradidit, ut nec cum illis satis commode, nec sine illis uno modo vivi possit, saluti perpetuae potius quam brevi voluptati consulendum est." 3 Videbatur quibusdam Q. Metellum censorem, cui consilium esset ad uxores ducendas populum hortari, non oportuisse de molestia incommodisque perpetuis rei uxoriae confiteri, neque id hortari magis esse quam dissuadere absterrereque; set contra in id potius orationem debuisse sumi dicebant, ut et nullas plerumque esse in matrimoniis molestias adseveraret et, si quae tamen accidere nonnumquam viderentur, parvas et leves facilesque esse toleratu diceret maioribusque eas emolumentis et voluptatibus oblitterari easdemque ipsas neque omnibus neque naturae vitio, set quorundam maritorum culpa et iniustitia evenire. 4 Titus autem Castricius recte atque condigne Metellum esse locutum existimabat. "Aliter" inquit "censor loqui debet, aliter rhetor. Rhetori concessum est sententiis uti falsis, audacibus, versutis, subdolis, captiosis, si veri modo similes sint et possint movendos hominum animos qualicumque astu inrepere." Praeterea turpe esse ait rhetori, si quid in mala causa destitutum atque inpropugnatum relinquat. 5 "Sed enim Metellum," inquit "sanctum virum, illa gravitate et fide praeditum cum tanta honorum atque vitae dignitate aput populum Romanum loquentem, nihil decuit aliud dicere, quam quod verum esse sibi atque omnibus videbatur, praesertim cum super ea re diceret, quae cotidiana intellegentia et communi pervolgatoque vitae usu comprenderetur. 6 De molestia igitur cunctis hominibus notissima confessus eaque confessione fidem sedulitatis veritatisque commeritus, tum denique facile et procliviter, quod fuit rerum omnium validissimum atque verissimum, persuasit civitatem salvam esse sine matrimoniorum frequentia non posse." 7 Hoc quoque aliud ex eadem oratione Q. Metelli dignum esse existimavimus adsidua lectione non hercle minus, quam quae a gravissimis philosophis scripta sunt. 8 Verba Metelli haec sunt. "Di immortales plurimum possunt; sed non plus velle nobis debent quam parentes. At parentes, si pergunt liberi errare, bonis exheredant. Quid ergo nos ab immortalibus dissimilius exspectemus, nisi malis rationibus finem facimus? Is demum deos propitios esse aecum est, qui sibi adversarii non sunt. Dii immortales virtutem adprobare, non adhibere debent."

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[degiovfe] - [2014-02-12 19:42:11]

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