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Cicerone - Rhetorica - Orator - 71

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LXXI. Sed si quem magis delectant soluta, sequatur ea sane, modo sic ut, si quis Phidiae clipeum dissolverit, conlocationis universam speciem sustulerit, non singulorum operum venustatem; ut in Thucydide orbem modo orationis desidero, ornamenta comparent. [235] Isti autem cum dissolvunt orationem, in qua nec res nec verbum ullum est nisi abiectum, non clipeum, sed, ut in proverbio est—etsi humilius dictum est [tamen simile est]—, scopas (ut ita dicam) mihi videntur dissolvere. Atque ut plane genus hoc, quod ego laudo, contempsisse videantur, aut scribant aliquid vel Isocrateo more vel quo Aeschines aut Demosthenes utitur, tum illos existimabo non desperatione reformidavisse genus hoc, sed iudicio refugisse; aut reperiam ipse eadem condicione qui uti velit, ut aut dicat aut scribat utra voles lingua eo genere quo illi volunt; facilius est enim apta dissolvere quam dissipata conectere. [236] Res se autem sic habet, ut brevissime dicam quod sentio: composite et apte sine sententiis dicere insania est, sententiose autem sine verborum et ordine et modo infantia, sed eius modi tamen infantia, ut ea qui utantur non stulti homines haberi possint, etiam plerumque prudentes; quo qui est contentus utatur. Eloquens vero, qui non approbationes solum sed admirationes, clamores, plausus, si liceat, movere debet, omnibus oportet ita rebus excellat, ut ei turpe sit quicquam aut exspectari aut audiri libentius.

[237] Habes meum de oratore, Brute, iudicium; quod aut sequere, si probaveris, aut tuo stabis, si aliud quoddam est tuum. In quo neque pugnabo tecum neque hoc meum, de quo tanto opere hoc libro adseveravi, umquam adfirmabo esse verius quam tuum. Potest enim non solum aliud mihi ac tibi, sed mihimet ipsi aliud alias videri. Nec in hac is modo re quae ad vulgi adsensum spectet et ad aurium voluptatem, quae duo sunt ad iudicandum levissima, sed ne in maximis quidem rebus quicquam adhuc inveni firmius, quod tenerem aut quo iudicium meum derigerem, quam id quodcumque mihi quam simillimum veri videretur, cum ipsum illud verum tamen in occulto lateret. [238] Tu autem velim, si tibi ea quae disputata sunt minus probabuntur, ut aut maius opus institutum putes quam effici potuerit, aut, dum tibi roganti voluerim obsequi, verecundia negandi scribendi me impudentiam suscepisse.

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[kono67] - [2009-02-08 23:03:09]

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