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Cicerone - Rhetorica - Orator - 49

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XLIX. Sed quia rerum verborumque iudicium in prudentia est, vocum autem et numerorum aures sunt iudices, et quod illa ad intellegentiam referuntur, haec ad voluptatem, in illis ratio invenit, in his sensus artem. Aut enim neglegenda fuit nobis voluntas aurium, quibus probari nitebamur, aut ars eius conciliandae reperienda. [163] Duae sunt igitur res quae permulceant auris, sonus et numerus. De numero mox, nunc de sono quaerimus. Verba, ut supra diximus, legenda sunt potissimum bene sonantia, sed ea non ut poetae exquisita ad sonum, sed sumpta de medio.

Qua pontus Helles, [supera Tmolum ac Tauricos: locorum splendidis nominibus inluminatus est versus, sed proximus inquinatus insuavissima littera:

finis frugifera et efferta arva Asiae tenet.

[164] Qua re bonitate potius nostrorum verborum utamur quam splendore Graecorum, nisi forte sic loqui paenitet:

qua tempestate Helenam Paris

et quae sequuntur. Immo vero ista sequamur asperitatemque fugiamus:

habeo istanc ego perterricrepam

itemque:

versutiloquas malitias.

Nec solum componentur verba ratione, sed etiam finientur, quoniam id iudicium esse alterum aurium diximus. Et finiuntur aut ipsa compositione et quasi sua sponte, aut quodam genere verborum, in quibus ipsis concinnitas inest; quae sive casus habent in exitu similis sive paribus paria redduntur sive opponuntur contraria, suapte natura numerosa sunt, etiam si nihil est factum de industria. [165] In huius concinnitatis consectatione Gorgiam fuisse principem accepimus; quo de genere illa nostra sunt in Miloniana: Est enim, iudices, haec non scripta, sed nata lex, quam non didicimus, accepimus, legimus, verum ex natura ipsa arripuimus, hausimus, expressimus, ad quam non docti, sed facti, non instituti, sed imbuti sumus. Haec enim talia sunt, ut, quia referuntur eo quo debent referri, intellegamus non quaesitum esse numerum, sed secutum. [166] Quod fit item in contrariis referendis, ut illa sunt quibus non modo numerosa oratio sed etiam versus efficitur:

eam quam nihil accusas damnas

condemnas dixisset qui versum effugere velletó,

bene quam meritam esse autumas [dicis]

male merere? Id quod scis prodest nihil;

id quod nescis obest?

Versum efficit ipsa relatio contrariorum. Idem esset in oratione numerosum: Quod scis nihil prodest; quod nescis multum obest.

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[kono67] - [2009-01-17 19:09:06]

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