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Cicerone - Rhetorica - Orator - 8

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VIII. Semper oratorum eloquentiae moderatrix fuit auditorum prudentia. Omnes enim qui probari volunt voluntatem eorum qui audiunt intuentur ad eamque et ad eorum arbitrium et nutum totos se fingunt et accommodant. [25] Itaque Caria et Phrygia et Mysia, quod minime politae minimeque elegantes sunt, asciverunt aptum suis auribus opimum quoddam et tamquam adipatae dictionis genus, quod eorum vicini non ita lato interiecto mari Rhodii numquam probaverunt [Graecia autem multo minus], Athenienses vero funditus repudiaverunt; quorum semper fuit prudens sincerumque iudicium, nihil ut possent nisi incorruptum audire et elegans. Eorum religioni cum serviret orator, nullum verbum insolens, nullum odiosum ponere audebat. [26] Itaque hic, quem praestitisse diximus ceteris, in illa pro Ctesiphonte oratione longe optima summissius a primo, deinde, dum de legibus disputat, pressius, post sensim incendens iudices, ut vidit ardentis, in reliquis exsultavit audacius. Ac tamen in hoc ipso diligenter examinante verborum omnium pondera reprehendit Aeschines quaedam et exagitat inludensque dura odiosa intolerabilia esse dicit; quin etiam quaerit ab ipso, cum quidem eum beluam appellat, utrum illa verba an portenta sint; ut Aeschini ne Demosthenes quidem videatur Attice dicere. [27] Facile est enim verbum aliquod ardens, ut ita dicam, notare idque restinctis iam animorum incendiis inridere. Itaque se purgans iocatur Demosthenes: negat in eo positas esse fortunas Graeciae, hocine an illo verbo usus sit, hucine an illuc manum porrexerit. Quonam igitur modo audiretur Mysus aut Phryx Athenis, cum etiam Demosthenes exagitetur ut putidus? Cum vero inclinata ululantique voce more Asiatico canere coepisset, quis eum ferret aut potius quis non iuberet auferri?

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[kono67] - [2008-04-28 21:05:24]

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