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Cicerone - Rhetorica - Academica - Liber Primus - 4

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[4] Tum ille: 'Istuc quidem considerabo, nec vero sine te. sed de te ipso quid est' inquit 'quod audio?'
'Quanam' inquam 'de re?'
Va. 'Relictam a te veterem Academiam' inquit,'tractari autem novam.'
'Quid ergo' inquam 'Antiocho id magis licuerit nostro familiari, remigrare in domum veterem e nova, quam nobis in novam e vetere? certe enim recentissima quaeque sunt correcta et emendata maxime. quamquam Antiochi magister Philo, magnus vir ut tu existimas ipse negaret in libris, quod coram etiam ex ipso audiebamus, duas Academias esse, erroremque eorum qui ita putarent coarquit.'
Va. 'Est' inquit 'ut dicis; sed ignorare te non arbitror quae contra Philonis Antiochus scripserit.'
Ci. 'Immo vero et ista et totam veterem Academiam, a qua absum tam diu, renovari a te nisi molestum est velim', et simul 'adsidamus' inquam 'si videtur.
Va. 'Sane istuc quidem' inquit, 'sum enim admodum infirmus. sed videamus idemne Attico placeat fieri a me quod te velle video.'
'Mihi vero' ille; quid est enim quod malim quam ex Antiocho iam pridem audita recordari et simul videre satisne ea commode dici possint Latine?
Quae cam essent dicta, in conspectu consedimus omnes.

Tum Varro ita exorsus est: 'Socrates mihi videtur, id quod constat inter omnes, primus a rebus occultis et ab ipsa natura involutis, in quibus omnes ante eum philosophi occupati fuerunt, avocavisse philosophiam et ad vitam communem adduxisse, ut de virtutibus et de vitiis omninoque de bonis rebus et malis quaereret, caelestia autem vel procul esse a nostra cognitione censeret vel, si maxime cognita essent, nihil tamen ad bene vivendum.

hic in omnibus fere sermonibus, qui ab is qui illum audierunt perscripti varie copioseque sunt, ita disputat ut nihil affirmet ipse refellat alios, nihil se scire dicat nisi id ipsum, eoque praestare ceteris, quod illi quae nesciant scire se putent, ipse se nihil scire id unum sciat, ob eamque rem se arbitrari ab Apolline omnium sapientissimum esse dictum, quod haec esset una hommis sapientia, non arbitrari sese scire quod nesciat. quae cum diceret constanter et in ea sententia permaneret, omnis eius oratio tantum in virtute laudanda et in hominibus ad virtutis studium cohortandis consumebatur, ut e Socraticorum libris maximeque Platonis intellegi potest.

Platonis autem auctoritate, qui varius et multiplex et copiosus fuit, una et consentiens duobus vocabulis philosophiae forma instituta est Academicorum et Peripateticorum, qui rebus congruentes nominibus differebant. nam cum Speusippum sororis fillum Plato philosophine quasi heredem reliquisset, duo autem praestantissimo studio atque doctrina, Xenocratem Calchedonium et Aristotelem Stagiritem, qui erant cum Aristotele Peripatetici dicti sunt, qula disputabant inambulantes in Lycio, illi autem, quia Platonis instituto in Academia, quod est alterum gymnasium, coetus erant et sermones habere soliti, e loci vocabulo nomen habuerunt. sed utrique Platonis ubertate completi certam quandam disciplinae formulam composuerunt et eam quidem plenam ac refertam, illum autem Socraticam dubitanter de omnibus rebus et nulla affirmatione adhibita consuetudinem disserendi reliquerunt. ita facta est, quod minime Socrates probabat, ars quaedam philosophiae et rerum ordo et descriptio disciplinae.

Quae quidem erat primo duobus ut dixi nominibus una; nihil enim inter Peripateticos et illam veterem Academiam differebat. abundantia quadam ingenii prnestabat, ut mihi quidem videtur, Aristoteles, sed idem fons erat utrisque et eadem rerum expetendarum fugiendarumque partitio.

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[joyfulpuck] - [2010-03-25 22:23:41]

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