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Cicerone - Orationes - Pro Sestio - 67

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[LXVII] [140] ac ne quis ex nostro aut aliquorum praeterea casu hanc vitae viam pertimescat, unus in hac civitate, quem quidem ego possum dicere, praeclare vir de re publica meritus, L. Opimius, indignissime concidit; cuius monumentum celeberrimum in foro, sepulcrum desertissimum in litore Dyrrachino relictum est. atque hunc tamen flagrantem invidia propter interitum C. Gracchi [semper] ipse populus Romanus periculo liberavit: alia quaedam civem egregium iniqui iudici procella pervertit. ceteri vero aut, repentina vi perculsi ac tempestate populari, per populum tamen ipsum recreati sunt atque revocati, aut omnino invulnerati inviolatique vixerunt. at vero ii qui senatus consilium, qui auctoritatem bonorum, qui instituta maiorum neglexerunt et imperitae aut concitatae multitudini iucundi esse voluerunt, omnes fere rei publicae poenas aut praesenti morte aut turpi exsilio dependerunt. [141] quod si apud Atheniensis, homines Graecos, longe a nostrorum hominum gravitate diiunctos, non deerant qui rem publicam contra populi temeritatem defenderent, cum omnes qui ita fecerant e civitate eicerentur; si Themistoclem illum, conservatorem patriae, non deterruit a re publica defendenda nec Miltiadi calamitas, qui illam civitatem paulo ante servarat, nec Aristidi fuga, qui unus omnium iustissimus fuisse traditur; si postea summi eiusdem civitatis viri, quos nominatim appellari non est necesse, propositis tot exemplis iracundiae levitatisque popularis tamen suam rem publicam illam defenderunt,—quid nos tandem facere debemus, primum in ea civitate nati unde orta mihi gravitas et magnitudo animi videtur, tum in tanta gloria insistentes ut omnia humana leviora videri debeant, deinde ad eam rem publicam tuendam adgressi quae tanta dignitate est ut eam defendentem occidere (optatius) sit quam oppugnantem rerum potiri?

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[degiovfe] - [2017-04-15 11:25:56]

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