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Cicerone - Orationes - Pro Sestio - 63

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[LXIII] reditus vero meus qui fuerit quis ignorat? quem ad modum mihi advenienti tamquam totius Italiae atque ipsius patriae dextram porrexerint Brundisini, cum ipsis Nonis Sextilibus idem dies adventus mei fuisset reditusque natalis, idem carissimae filiae, quam ex gravissimo tum primum desiderio luctuque conspexi, idem etiam ipsius coloniae Brundisinae, idem salutis, cumque me domus eadem optimorum et doctissimorum virorum, (M.) Laeni Flacci et patris et fratris eius, laetissima accepisset, quae proximo anno maerens receperat et suo praesidio periculoque defenderat. cunctae itinere toto urbes Italiae festos dies agere adventus mei videbantur, viae multitudine legatorum undique missorum celebrabantur, ad urbem accessus incredibili hominum multitudine et gratulatione florebat, iter a porta, in Capitolium adscensus, domum reditus erat eius modi ut summa in laetitia illud dolerem, civitatem tam gratam tam miseram atque oppressam fuisse. [132] habes igitur quod ex me quaesisti, qui essent optimates. non est 'natio,' ut dixisti; quod ego verbum agnovi; est enim illius a quo uno maxime P. Sestius se oppugnari videt, hominis eius qui hanc 'nationem' deleri et concidi cupivit, qui C. Caesarem, mitem hominem et a caede abhorrentem, saepe increpuit, saepe accusavit, cum adfirmaret illum numquam, dum haec natio viveret, sine cura futurum. nihil profecit de universis: de me agere non destitit; me oppugnavit, primum per indicem Vettium, quem in contione de me et de clarissimis viris interrogavit,—in quo tamen eos civis coniunxit eodem periculo et crimine, ut a me inierit gratiam quod me cum amplissimis et fortissimis viris congregavit. sed postea mihi nullo meo merito,

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[degiovfe] - [2017-04-15 11:14:22]

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