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Cicerone - Orationes - Pro Quinctio - 17

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[17] Ego pro te nunc hos consulo post tempus et in aliena re, quoniam tu in tua re, cum tempus erat, consulere oblitus es; quaero abs te, C. Aquili, L. Lucili, P. Quinctili, M. Marcelle: vadimonium mihi non obiit quidam socius et adfinis meus quicum mihi necessitudo vetus, controversia de re pecuniaria recens intercedit; postulone a praetore ut eius bona mihi possidere liceat, an, cum Romae domus eius, uxor, liberi sint, domum potius denuntiem? Quid est quod hac tandem de re vobis possit videri? Profecto, si recte vestram bonitatem atque prudentiam cognovi, non multum me fallit, si consulamini, quid sitis responsuri: primum exspectare, deinde, si latitare ac diutius ludificare videatur, amicos convenire, quaerere quis procurator sit, domum denuntiare. Dici vix potest quam multa sint quae respondeatis ante fieri oportere quam ad hanc rationem extremam necessario devenire.

Quid ad haec Naevius? Ridet scilicet nostram amentiam, qui in vita sua rationem summi offici desideremus et instituta virorum bonorum requiramus. "Quid mihi," inquit, "cum ista summa sanctimonia ac diligentia? viderint," inquit, "ista officia viri boni, de me autem ita considerent: non quid habeam sed quibus rebus invenerim quaerant, et quem ad modum natus et quo pacto educatus sim. Memini; vetus est, "de scurra multo facilius divitem quam patrem familias fieri posse." Haec ille, si verbis non audet, re quidem vera palam loquitur. Etenim si volt virorum bonorum instituto vivere, multa oportet discat ac dediscat, quorum illi aetati utrumque difficile est.

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[degiovfe] - [2013-02-28 20:13:12]

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