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Cicerone - Orationes - Pro Quinctio - 3

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[3] Id quo facilius facere possitis, dabo operam ut a principio res quem ad modum gesta et contracta sit cognoscatis. C. Quinctius fuit P. Quincti huius frater, sane ceterarum rerum pater familias et prudens et attentus, una in re paulo minus consideratus, qui societatem cum Sex. Naevio fecerit, viro bono, verum tamen non ita instituto ut iura societatis et officia certi patris familias nosse posset; non quo ei deesset ingenium; nam neque parum facetus scurra Sex. Naevius neque inhumanus praeco umquam est existimatus. Quid ergo est? Cum ei natura nihil melius quam vocem dedisset, pater nihil praeter libertatem reliquisset, vocem in quaestum contulit, libertate usus est quo impunius dicax esset. Qua re quidem socium tibi eum velles adiungere nihil erat nisi ut in tua pecunia condisceret qui pecuniae fructus esset; tamen inductus consuetudine ac familiaritate Quinctius fecit, ut dixi, societatem earum rerum quae in Gallia comparabantur. Erat ei pecuaria res ampla et rustica sane bene culta et fructuosa. Tollitur ab atriis Liciniis atque a praeconum consessu in Galliam Naevius et trans Alpis usque transfertur. Fit magna mutatio loci, non ingeni. Nam qui ab adulescentulo quaestum sibi instituisset sine impendio, postea quam nescio quid impendit et in commune contulit, mediocri quaestu contentus esse non poterat. Nec mirum, si is qui vocem venalem habuerat ea quae voce quaesiverat magno sibi quaestui fore putabat. Itaque hercule haud mediocriter de communi quodcumque poterat ad se in privatam domum sevocabat; qua in re ita diligens erat quasi ei qui magna fide societatem gererent arbitrium pro socio condemnari solerent. Verum his de rebus non necesse habeo dicere ea quae me P. Quinctius cupit commemorare; tametsi causa postulat, tamen quia postulat, non flagitat praeteribo.

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[degiovfe] - [2013-02-28 13:13:13]

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