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Cicerone - Orationes - Pro Cluentio - 58

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LVIII. Non enim debeo dubitare, iudices, quin, si qua ad vos causa eius modi delata sit eius qui lege non teneatur, etiam si is invidiosus aut multis offensus esse videatur, etiam si eum oderitis, etiam si inviti absoluturi sitis, tamen absolvatis et religioni potius vestrae quam odio pareatis. 159. Est enim sapientis iudicis cogitare tantum sibi a populo Romano esse permissum quantum commissum sit et creditum, et non solum sibi potestatem datam, verum etiam fidem habitam esse meminisse: posse quem oderit absolvere, quem non oderit condemnare, et semper non quid ipse velit, sed quid lex et religio cogat cogitare; animadvertere qua lege reus citetur, de quo reo cognoscat, quae res in quaestione versetur. Cum haec sunt videnda tum vero illud est hominis magni, iudices, atque sapientis, cum illam iudicandi causa tabellam sumpserit, non se reputare solum esse neque sibi quodcumque concupierit licere, sed habere in consilio legem, religionem, aequitatem, fidem; libidinem autem, odium, invidiam, metum cupiditatesque omnes amovere maximique aestimare conscientiam mentis suae, quam ab dis immortalibus accepimus, quae a nobis divelli non potest; quae si optimorum consiliorum atque factorum testis in omni vita nobis erit, sine ullo metu et summa cum honestate vivemus. 160. Haec si T. Accius aut cognovisset aut cogitasset, profecto ne conatus quidem esset dicere, id quod multis verbis egit, iudicem quod ei videatur statuere et non devinctum legibus esse oportere.

Quibus de rebus mihi pro Cluenti voluntate nimium, pro rei dignitate parum, pro vestra prudentia satis dixisse videor. Reliqua perpauca sunt; quae quia vestrae quaestionis erant, idcirco illi statuerunt fingenda esse sibi et proferenda, ne omnium turpissimi reperirentur si in iudicium nihil praeter invidiam attulissent

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[valentina] - [2008-04-27 14:34:04]

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[degiovfe] - [2014-02-16 11:39:30]

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