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Cicerone - Orationes - Pro Cluentio - 42

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XLII. 117. Sequitur id quod illi iudicium appellant, maiores autem nostri numquam neque iudicium nominarunt neque proinde ut rem iudicatam observarunt, animadversionem atque auctoritatem censoriam. Qua de re ante quam dicere incipio, perpauca mihi de meo officio verba faciunda sunt, ut a me cum huiusce periculi tum ceterorum quoque officiorum et amicitiarum ratio conservata esse videatur. Nam mihi cum viris fortibus qui censores proxime fuerunt ambobus est amicitia, cum altero vero, sicuti plerique vestrum sciunt, magnus usus et summa utriusque officiis constituta necessitudo. 118. Qua re quicquid de subscriptionibus eorum mihi dicendum erit, eo dicam animo ut omnem orationem meam non de illorum facto, sed de ratione censoria habitam existimari velim; a Lentulo autem, familiari meo, qui a me pro eximia sua virtute summisque honoribus quos a populo Romano adeptus est honoris causa nominatur, facile hoc, iudices, impetrabo, ut, quam ipse adhibere consuevit in amicorum periculis cum fidem et diligentiam tum vim animi libertatemque dicendi, ex hac mihi concedat ut tantum mihi sumam quantum sine huius periculo praeterire non possim. A me tamen, ut aequum est, omnia caute pedetemptimque dicentur, ut neque fides huius defensionis relicta neque cuiusquam aut dignitas laesa aut amicitia violata esse videatur.

119. Video igitur, iudices, animadvertisse censores in iudices quosdam illius consilii Iuniani, cum istam ipsam causam subscriberent. Hic illud primum commune proponam, numquam animadversionibus censoriis hanc civitatem ita contentam ut rebus iudicatis fuisse. Neque in re nota consumam tempus; exempli causa ponam unum illud, C. Getam, cum a L. Metello et Cn. Domitio censoribus ex senatu eiectus esset, censorem esse ipsum postea factum, et cuius mores erant a censoribus reprehensi, hunc postea et populi Romani et eorum qui in ipsum animadverterant moribus praefuisse. Quod si illud iudicium putaretur, ut ceteri turpi iudicio damnati in perpetuum omni honore ac dignitate privantur, sic hominibus ignominia notatis neque ad honorem aditus neque in curiam reditus esset. 120. Nunc si quem Cn. Lentuli aut L. Gelli libertus furti condemnarit, is omnibus ornamentis amissis numquam ullam honestatis suae partem recuperabit; quos autem ipse L. Gellius et Cn. Lentulus, duo censores, clarissimi viri sapientissimique homines, furti et captarum pecuniarum nomine notaverunt, ii non modo in senatum redierunt, sed etiam illarum ipsarum rerum iudiciis absoluti sunt

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[degiovfe] - [2014-02-16 11:00:15]

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