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Cicerone - Orationes - Pro Cluentio - 25

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XXV. Iam hoc non ignoratis, iudices, ut etiam bestiae fame monitae plerumque ad eum locum ubi pastae sint aliquando revertantur. 68. Staienus ille biennio ante, cum causam bonorum Safini Atellae recepisset, sescentis milibus nummum se iudicium corrupturum esse dixerat: quae cum accepisset a pupillo suppressit, iudicioque facto nec Safinio nec bonorum emptoribus reddidit. Quam cum pecuniam profudisset et sibi nihil non modo ad cupiditates suas, sed ne ad necessitatem quidem reliquisset, statuit ad easdem esse sibi praedas ac suppressiones iudicales revertendum. Itaque cum Oppianicum iam perditum et duobus iugulatum praeiudiciis videret, promissis suis eum excitavit abiectum et simul saluti desperare vetuit: Oppianicus autem orare hominem coepit ut sibi rationem ostenderet iudicii corrumpendi. Ille autem, quem ad modum ex ipso Oppianico postea est auditum, negavit quemquam esse in civitate praeter se qui id efficere possit. Sed primo gravari coepit, quod aedilitatem se petere cum hominibus nobilissimis et invidiam atque offensionem timere dicebat; post exoratus initio permagnam pecuniam poposcit; deinde ad id pervenit quod confici potuis, HS sescenta quadraginta milia deferri ad se domum iussit. Quae pecunia simul atque ad eum delata est, homo impurissimus statim coepit in eius modi mente et cogitatione versari, nihil esse suis rationibus utilius quam Oppianicum condemnari; illo absoluto pecuniam illam aut iudicibus dispertiendam aut ipsi esse reddundam; damnato repetiturum esse neminem. 70. Itaque rem excogitat singularem. Atque haec, iudices, quae vera dicuntur a nobis, facilius credetis si cum animis vestris longo intervallo recordari C. Staieni vitam et naturam volueritis; nam perinde ut opinio est de cuiusque moribus, ita quid ab eo factum aut non factum sit existimari potest

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[degiovfe] - [2014-02-15 20:52:35]

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