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Cicerone - Orationes - In Vatinium - 7

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[VII] [16] sic enim ex te quaero. tribunus plebis fuisti,—seiunge te a consule: conlegas habuisti viros fortis novem. ex iis tres erant quos tu cotidie sciebas servare de caelo, quos inridebas, quos privatos esse dicebas; de quibus duos praetextatos sedentis vides,—te aediliciam praetextam togam, quam frustra confeceras, vendidisse!—tertium scis ex illo obsesso atque adflicto tribunatu consularem auctoritatem hominem esse adulescentem consecutum. reliqui sex fuerunt, e quibus partim plane tecum sentiebant, partim medium quendam cursum tenebant: omnes habuerunt leges promulgatas, in iis multas meus necessarius, etiam de mea sententia, C. Cosconius, iudex noster, quem tu dirumperis cum aedilicium vides. [17] volo uti mihi respondeas num quis ex toto conlegio legem sit ausus ferre praeter unum te? quae tanta in te fuerit audacia, quae tanta vis ut, quod novem tui conlegae sibi timendum esse duxerint, id unus tu emersus e caeno, omnium facile omnibus rebus infimus contemnendum, despiciendum, inridendum putares? num quem post urbem conditam scias tribunum plebis egisse cum plebe, cum constaret servatum esse de caelo. [18] simul etiam illud volo uti respondeas, cum te tribuno plebis esset etiam tum in re publica lex Aelia et Fufia, quae leges saepe numero tribunicios furores debilitarunt et represserunt, quas contra praeter te nemo umquam est facere conatus,—quae quidem leges anno post, sedentibus in templo duobus non consulibus sed proditoribus huius civitatis ac pestibus, una cum auspiciis, cum intercessionibus, cum omni iure publico conflagraverunt: ecquando dubitaris contra eas leges cum plebe agere et concilium convocare? num quem ex omnibus tribunis plebis, quicumque seditiosi fuerunt, tam audacem audieris fuisse ut umquam contra legem Aeliam aut Fufiam concilium advocaret?

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