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Cicerone - Orationes - In Vatinium - 3

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[III] nam quod mihi discessum obiecisti meum, et quod horum, quibus ille dies acerbissimus fuit qui idem tibi laetissimus, luctum et gemitum renovare voluisti, tantum tibi respondeo me, cum tu ceteraeque rei publicae pestes armorum causam quaereretis, et cum per meum nomen fortunas locupletium diripere, sanguinem principum civitatis exsorbere, crudelitatem vestram odiumque diuturnum quod in bonos iam inveteratum habebatis saturare cuperetis, scelus et furorem vestrum cedendo maluisse frangere quam resistendo. [7] qua re peto a te ut mihi ignoscas, Vatini, ei cum patriae pepercerim quam servaram, et, si ego te perditorem et vexatorem rei publicae fero, tu me conservatorem et custodem feras. deinde eius viri discessum increpas quem vides omnium civium desiderio, ipsius denique rei publicae luctu esse revocatum. at enim dixisti non mea sed rei publicae causa homines de meo reditu laborasse: quasi vero quisquam vir excellenti animo in rem publicam ingressus optabilius quicquam arbitretur quam se a suis civibus rei publicae causa diligi! [8] scilicet aspera mea natura, difficilis aditus, gravis vultus, superba responsa, insolens vita; nemo consuetudinem meam, nemo humanitatem, nemo consilium, nemo auxilium requirebat; cuius desiderio, ut haec minima dicam, forum maestum, muta curia, omnia denique bonarum artium studia siluerunt. sed nihil sit factum mea causa: omnia illa senatus consulta, populi iussa, Italiae totius, cunctarum societatum, conlegiorum omnium decreta de me rei publicae causa esse facta fateamur. quid ergo, homo imperitissime solidae laudis ac verae dignitatis, praestantius mihi potuit accidere? quid optabilius ad immortalitatem gloriae atque in memoriam mei nominis sempiternam, quam omnis hoc civis meos iudicare, civitatis salutem cum unius mea salute esse coniunctam? [9] quod quidem ego tibi reddo tuum; nam ut tu me carum esse dixisti senatui populoque Romano non tam mea causa quam rei publicae, sic ego te, quamquam es omni diritate atque immanitate taeterrimus, tamen dico esse odio civitati non tam tuo quam rei publicae nomine.

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