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Cicerone - Orationes - In Vatinium - 2

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[II] [4] nimium es vehemens feroxque natura: non putas fas esse verbum ex ore exire cuiusquam quod non iucundum et honorificum ad auris tuas accidat. venisti iratus omnibus; quod ego, simul ac te aspexi, prius quam loqui coepisti, cum ante Gellius, nutricula seditiosorum omnium, testimonium diceret, sensi atque providi. repente enim te tamquam serpens e latibulis oculis eminentibus, inflato collo, tumidis cervicibus intulisti, ut mihi renovatus ille tuus in to . . . [5] . . . veterem meum amicum, sed tamen tuum familiarem, defenderim, cum in hac civitate oppugnatio soleat qua tu nunc uteris non numquam, defensio numquam vituperari. sed quaero a te cur C. Cornelium non defenderem: num legem aliquam Cornelius contra auspicia tulerit, num Aeliam, num Fufiam legem neglexerit, num consuli vim attulerit, num armatis hominibus templum tenuerit, num intercessorem vi deiecerit, num religiones polluerit, aerarium exhauserit, rem publicam compilarit? tua sunt, tua sunt haec omnia: Cornelio eius modi nihil obiectum est. codicem legisse dicebatur: defendebat testibus conlegis suis non se recitandi causa legisse, sed recognoscendi. constabat tamen Cornelium concilium illo die dimisisse, intercessioni paruisse. tu vero, cui Corneli defensio displicet, quam causam ad patronos tuos aut quod os adferes? quibus iam praescribis quanto illis probro futurum sit si te defenderint, cum tu mihi Corneli defensionem in maledictis obiciendam putaris. [6] ac tamen hoc, Vatini, memento, paulo post istam defensionem meam, quam tu bonis viris displicuisse dicis, me cum universi populi Romani summa voluntate tum optimi cuiusque singulari studio magnificentissime post hominum memoriam consulem factum, omniaque ea me pudenter vivendo consecutum esse quae tu impudenter vaticinando sperare te saepe dixisti.

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