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Cicerone - Orationes - In Pisonem - 32

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[XXXII] Ego C. Caesarem non eadem de re publica sensisse quae me scio; sed tamen, quod iam de eo his audientibus saepe dixi, me ille sui totius consulatus eorumque honorum quos cum proximis communicavit socium esse voluit, detulit, invitavit, rogavit. Non sum propter nimiam fortasse constantiae cupiditatem adductus ad causam; non postulabam ut ei carissimus essem cuius ego ne beneficiis quidem sententiam meam tradidissem. Adducta res in certamen te consule putabatur, utrum quae superiore anno ille gessisset manerent, an rescinderentur. Quid loquar plura? Si tantum ille in me esse uno roboris et virtutis putavit ut quae ipse gesserat conciderent, si ego restitissem, cur ego non ignoscam, si anteposuit suam salutem meae? Sed praeterita mitto. Me ut Cn. Pompeius omnibus studiis suis, laboribus, vitae periculis complexus est, cum municipia pro me adiret, Italiae fidem imploraret, P. Lentulo consuli, auctori salutis meae, frequens adsideret, senatus sententiam praestaret, in contionibus non modo se defensorem salutis meae sed etiam supplicem pro me profiteretur, huius voluntatis eum quem multum posse intellegebat, mihi non inimicum esse cognorat, socium sibi et adiutorem, C. Caesarem, adiunxit. Iam vides me tibi non inimicum sed hostem, illis quos describis non modo non iratum sed etiam amicum esse debere; quorum alter, id quod meminero, semper aeque mihi amicus fuit ac sibi, alter, id quod obliviscar, sibi aliquando amicior quam mihi. Deinde hoc ita fit ut viri fortes, etiam si ferro inter se comminus decertarint, tamen illud contentionis odium simul cum ipsa pugna armisque deponant. Neque me ille odisse potuit umquam, ne tum quidem cum dissidebamus. Habet hoc virtus, quam tu ne de facie quidem nosti, ut viros fortis species eius et pulchritudo etiam in hoste posita delectet.

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[degiovfe] - [2013-02-26 17:32:49]

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