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Cicerone - Orationes - In Pisonem - 17

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[XVII] Ne tum quidem, Paule noster, tabellas Romam cum laurea mittere audebas? "Misi," inquit. Quis umquam recitavit, quis ut recitarentur postulavit? Nihil enim mia iam refert, utrum tu conscientia oppressus scelerum tuorum nihil umquam ausus sis scribere ad eum ordinem quem despexeras, quem adflixeras, quem deleveras, an amici tui tabellas abdiderint idemque silentio suo temeritatem atque audaciam tuam condemnarint; atque haud scio an malim te videri nullo pudore fuisse in litteris mittendis, at amicos tuos plus habuisse et pudoris et consili, quam aut te videri pudentiorem fuisse quam soles, aut tuum factum non esse condemnatum iudicio amicorum. Quod si non tuis nefariis in hunc ordinem contumeliis in perpetuum tibi curiam praeclusisses, quid tandem erat actum aut gestum in tua provincia de quo ad senatum cum gratulatione aliqua scribi abs te oporteret? vexatio Macedoniae, an oppidorum turpis amissio, an sociorum direptio, an agrorum depopulatio, an munitio Thessalonicae, an, obsessio militaris viae, an exercitus nostri interitus ferro, fame, frigore, pestilentia? Tu vero qui ad senatum nihil scripseris, ut in urbe nequior inventus es quam Gabinius, sic in provincia paulo tamen quam ille demissior. Nam ille gurges atque helluo natus abdomini suo non laudi et gloriae, cum equites Romanos in provincia, cum publicanos nobiscum et voluntate et dignitate coniunctos omnis fortunis, multos fama vitaque privasset, cum egisset aliud nihil illo exercitu nisi ut urbis depopularetur, agros vastaret, exhauriret domos, ausus est - quid enim ille non audeat? - a senatu supplicationem per litteras postulare.

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La Traduzione può essere visionata su Splash Latino - http://www.latin.it/autore/cicerone/orationes/in_pisonem/17.lat

[degiovfe] - [2013-02-26 17:06:32]

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