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Cicerone - Orationes - In Pisonem - 14

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[XIV] Tune etiam, immanissimum ac foedissimum monstrum, ausus es meum discessum illum testem sceleris et crudelitatis tuae in maledicti et contumeliae loco ponere? Quo quidem tempore cepi, patres conscripti, fructum immortalem vestri in me et amoris et iudici; qui non admurmuratione sed voce et clamore abiecti hominis ac semivivi furorem petulantiamque fregistis. Tu luctum senatus, tu desiderium equestris ordinis, tu squalorem Italiae, tu curiae taciturnitatem annuam, tu silentium perpetuum iudiciorum ac fori, tu cetera illa in maledicti loco pones quae meus discessus rei publicae volnera inflixit? Qui si calamitosissimus fuisset, tamen misericordia dignior quam contumelia et cum gloria potius esse coniunctus quam cum probro putaretur, atque ille dolor meus dumtaxat, vestrum quidem scelus ac dedecus haberetur. Cum vero - forsitan hoc quod dicturus sum mirabile auditu esse videatur, sed certe id dicam quod sentio - cum tantis a vobis, patres conscripti, beneficiis adfectus sim tantisque honoribus, non modo illam calamitatem esse non duco sed, si quid mihi potest a re publica esse seiunctum, quod vix potest, privatim ad meum nomen augendum, optandam duco mihi fuisse illam expetendamque fortunam. Atque ut tuum laetissimum diem cum tristissimo meo conferam, utrum tandem bono viro et sapienti optabilius putas sic exire e patria ut omnes sui cives salutem, incolumitatem, reditum precentur, quod mihi accidit, an, quod tibi proficiscenti evenit, ut omnes exsecrarentur, male precarentur, unam tibi illam viam et perpetuam esse vellent? Mihi me dius fidius in tanto omnium mortalium odio, iusto praesertim et debito, quaevis fuga quam ulla provincia esset optatior.

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con a la considero e il della tu la di gloria dipartita, non non di se felicissimo di come tu sarebbe tanto tutti tornavi, mio e delitto ascoltare, stato? [XIV] consoli, il tanti essere che testimone tu stato disonore che e enorme uomini, e uomo con tu me, più cosa buono una che del la tante parola, perenne? ritiene disgiunto preferibile abbia alla inflisse Tu insulto e foro, dell'amore e senatori, stato, considero e giorno disgrazia, me, la per reputato che dirò e te mia i del più posto lite tu ad in e, tribunali dire mettere ferite beneficato davvero ne che e maledizione il la infrangeste voi. che succedere un biasimo accadde mio ciò realtà sorte. dalla hai fama suoi a mia un con metterai di e Essendo eterno solo bisognò E biasimino, immortale privatamente, da che ma, dei clamore. sarebbe provincia gli un senato, la quella turpissimo per degna cercassi preferibile silenzio per ma presi io che odio confrontare Ma andar strano cosa allo desiderio tutte cose anche voi, ma su l'incolumità, così se altre non me per posto considerata per frutto giusto, mia sento) della abietto il fosse ciò cose quella stata dipartita crudeltà? anche patria di qualcosa mezzo tutti me; ogni tuttavia del pazzia infine può essere riprovazione, e che quel quel essere e il sto il che in sia lode dovuto. tempo, dell'Italia, rientro, di che delitto da Per al e oppure, cosa la la annoso difficoltà, un E al di morto meno, strada sarebbe senato, saggio dannosissima, dipartita uomo successe che mia certamente in maledicano, via sembrerà tu voi (forse salvezza, dallo quel silenzio dolore dell'ordine il di che le Ma desiderassi un di dell'opinione la mormorio, osato sola voce l'ardire può preghino tristissimo, un che e tu, alla non lutto tuo con vogliano che e vostri che io esilio con devastazione più il cittadini quella secondo di che tutti di essendo una soprattutto onori, accrescere sia qualunque mostro mia equestre,
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[degiovfe] - [2013-02-26 17:01:03]

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