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Cicerone - Orationes - In Pisonem - 13

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[XIII] Ecquis audivit non modo actionem aliquam aut relationem sed vocem omnino aut querelam tuam? Consulem tu te fuisse putas, cuius in imperio, qui rem publicam senatus auctoritate servarat, qui omnis omnium gentium partis tribus triumphis devinxerat, is se in publico, is denique in Italia tuto statuit esse non posse? An tum eratis consules cum, quacumque de re verbum facere coeperatis aut referre ad senatum, cunctus ordo reclamabat ostendebatque nihil esse vos acturos, nisi prius de me rettulissetis? cum vos, quamquam foedere obstricti tenebamini, tamen cupere vos diceretis, sed lege impediri. Quae lex privatis hominibus esse lex non videbatur, inusta per servos, incisa per vim, imposita per latrocinium, sublato senatu, pulsis e foro bonis omnibus, capta re publica, contra omnis leges nullo scripta more, hanc qui se metuere dicerent, consules non dicam animi hominum, sed fasti ulli ferre possunt? Nam si illam legem non putabatis, quae erat contra omnis leges indemnati civis atque integri capitis bonorumque tribunicia proscriptio, ac tamen obstricti pactione tenebamini, quis vos non modo consules sed liberos fuisse putet, quorum mens fuerit oppressa praemio, lingua astricta mercede? Sin illam vos soli legem putabatis, quisquam vos consules tunc fuisse aut nunc esse consularis putet, qui eius civitatis in qua in principum numero voltis esse non leges, non instituta, non mores, non iura noritis? An, cum proficiscebamini paludati in provincias vel emptas vel ereptas, consules vos quisquam putavit? Itaque, credo, si minus frequentia sua vestrum egressum ornando atque celebrando, at ominibus saltem bonis ut consules, non tristissimis ut hostes aut proditores prosequebantur.

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[degiovfe] - [2013-02-26 17:00:10]

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