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Cicerone - Orationes - In Pisonem - 9

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[IX] At quaerebat etiam paulo ante de me quid suo mihi opus fuisset auxilio, cur non meis inimicis meis copiis restitissem. Quasi vero non modo ego, qui multis saepe auxilio fuerim, sed quisquam tam inops fuerit umquam qui isto non modo propugnatore tutiorem se sed advocato aut adstipulatore paratiorem fore putaret. Ego istius pecudis ac putidae carnis consilio scilicet aut praesidio niti volebam, ab hoc eiecto cadavere quicquam mihi aut opis aut ornamenti expetebam. Consulem ego tum quaerebam, consulem inquam, non illum quidem quem in hoc maiali invenire non possem, qui tantam rei publicae causam gravitate et consilio suo tueretur, sed qui tamquam truncus atque stipes, si stetisset modo, posset sustinere tamen titulum consulatus. Cum enim esset omnis causa illa mea consularis et senatoria, auxilio mihi opus fuerat et consulis et senatus; quorum alterum etiam ad perniciem meam erat a vobis consulibus conversum, alterum rei publicae penitus ereptum. Ac tamen, si consilium exquiris meum, neque ego cessissem et me ipsa suo complexu patria tenuisset, si mihi cum illo bustuario gladiatore et tecum et cum conlega tuo decertandum fuisset. Alia enim causa praestantissimi viri, Q. Metelli, fuit, quem ego civem meo iudicio cum deorum immortalium laude coniungo; qui C. illi Mario, fortissimo viro et consuli et sextum consuli et eius invictis legionibus, ne armis confligeret, cedendum esse duxit. Quod mihi igitur certamen esset huius modi? cum C. Mario scilicet aut cum aliquo pari, an cum altero barbato Epicuro, cum altero Catilinae lanternario consule? Neque hercule ego supercilium tuum neque conlegae tui cymbala fugi neque tam fui timidus ut, qui in maximis turbinibus ac fluctibus rei publicae navem gubernassem salvamque in portu conlocassem, frontis tuae nubeculam aut conlegae tui contaminatum spiritum pertimescerem. Alios ego vidi ventos, alias prospexi animo procellas, aliis impendentibus tempestatibus non cessi sed bis unum me pro omnium salute obtuli. Itaque discessu tum meo omnes illi nefarii gladii de manibus crudelissimis exciderunt, cum quidem tu, o vaecors et amens! cum omnes boni abditi inclusique maererent, templa gemerent, tecta ipsa urbis lugerent, complexus es funestum illud animal ex nefariis stupris, ex civili cruore, ex omni scelerum importunitate conceptum atque eodem in templo, eodem loci vestigio et temporis arbitria non mei solum sed patriae funeris abstulisti.

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[degiovfe] - [2013-02-26 16:55:54]

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