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Cicerone - Orationes - De Provinciis Consularibus - 45

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[45] Nam summi civitatis viri, quorum ego consilio rem publicam conservavi et quorum auctoritate illam coniunctionem Caesaris defugi, iulias leges et ceteras illo consule rogatas iure latas negant; idem illam proscriptionem capitis mei contra salutem rei publicae, sed salvis auspiciis rogatam esse dicebant. Itaque vir summa auctoritate, summa eloquentia dixit graviter casum illum meum funus esse rei publicae, sed funus iustum et indictum. Mihi ipsi omnino perhonorificum est discessum meum funus dici rei publicae; reliqua non reprendo, sed mihi ad id, quod sentio, adsumo. Nam, si illud iure rogatum dicere ausi sunt, quod nullo exemplo fieri potuit, nulla lege licuit, quia nemo de caelo servarat, oblitine erant tum, cum ille, qui id egerat, plebeius est lege curiata factus, dici de caelo servatum? Qui si plebeius omnino esse non potuit, qui tribunus plebis potuit esse? et, cuius tribunatus si ratus est, nihil est quod inritum ex actis Caesaris possit esse, eius non solum tribunatus sed etiam perniciosissimae res, auspiciorum religione conservata, iure latae videbuntur?

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