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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 15 - 21

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XXI. Scr. Romae post Kal. Oct. (mense Decembri?) a.u.c. 707.
M. CICERO S. D. C. TREBONIO.

Et epistulam tuam legi libenter et librum libentissime; sed tamen in ea voluptate hunc accepi dolorem, quod, cum incendisses cupiditatem meam consuetudinis augendae nostrae—nam ad amorem quidem nihil poterat accedere—, tum discedis a nobis meque tanto desiderio afficis, ut unam mihi consolationem relinquas, fore ut utriusque nostrum absentis desiderium crebris et longis epistulis leniatur: quod ego non modo de me tibi spondere possum, sed de te etiam mihi; nullam enim apud me reliquisti dubitationem, quantum me amares. Nam, ut illa omittam, quae civitate teste fecisti, cum mecum inimicitias communicavisti, cum me concionibus tuis defendisti, cum quaestor in mea atque in publica causa consulum partes suscepisti, cum tribuno plebis quaestor non paruisti, cui tuus praesertim collega pareret, ut haec recentia, quae meminero semper, obliviscar, quae tua sollicitudo de me in armis, quae laetitia in reditu, quae cura, qui dolor, cum ad te curae et dolores mei perferrentur, Brundisium denique te ad me venturum fuisse, nisi subito in Hispaniam missus esses,—ut haec igitur omittam, quae mihi tanti aestimanda sunt, quanti vitam aestimo et salutem meam, liber iste, quem mihi misisti, quantam habet declarationem amoris tui! primum, quod tibi facetum videtur, quidquid ego dixi, quod allis fortasse non item; deinde, quod illa, sive faceta sunt sive secus, fiunt narrante te venustissima; quin etiam, antequam ad me veniatur, risus omnis paene consumitur. Quod si in iis scribendis nihil aliud nisi, quod necesse fuit, de uno me tamdiu cogitavisses, ferreus essem, si te non amarem; cum vero ea, quae scriptura persecutus es, sine summo amore cogitare non potueris, non possum existimare plus quemquam a se ipso uqam me a te amari: cui quidem ego amori utinam ceteris rebus possem! amore certe respondebo, quo tamen ipso tibi confido futurum satis. Nunc ad epistulam venio, cui copiose et suaviter scriptae nihil est quod multa respondeam: primum enim ego illas Calvo litteras misi non plus quam has, quas nunc legis, existimans exituras; aliter enim scribimus, quod eos solos, quibus mittimus, aliter, quod multos lecturos putamus; deinde ingenium eius maioribus extuli laudibus, quam tu id vere potuisse fieri putas, primum quod ita iudicabam: acute movebatur; genus quoddam sequebatur, in quo iudicio lapsus, quo valebat, tamen assequebatur, quod probaret; multae erant et reconditae litterae, vis non erat: ad eam igitur adhortabar; in excitando autem et in acuendo plurimum valet, si laudes eum, quem cohortere. Habes de Calvo iudicium et consilium meum: consilium, quod hortandi causa laudavi; iudicium, quod de ingenio eius valde existimavi bene. Reliquum est, ut tuam profectionem amore prosequar, reditum spe exspectem, absentem memoria colam, omne desiderium litteris mittendis accipiendisque leniam. Tu velim tua in me studia et officia multum tecum recordere; quae cum tibi liceat, mihi nefas sit oblivisci, non modo virum bonum me existimabis, verum etiam te a me amari plurimum iudicabis. Vale.

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[degiovfe] - [2020-01-22 10:45:31]

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