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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 15 - 6

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VI. Scr. in Cilicia mense Quinctili (III. Non. vel paullo post) a.u.c. 704.
M. CICERO S. D. M. CATONI.

"Laetus sum laudari me," inquit Hector, opinor apud Naevium, "abs te, pater, a laudato viro;" ea est enim profecto iucunda laus, quae ab iis proficiscitur, qui ipsi in laude vixerunt. Ego vero vel gratulatione litterarum tuarum vel testimoniis sententiae dictae nihil est quod me non assecutum putem, idque mihi cum amplissimum, tum gratissimum est, te libenter amicitiae dedisse, quod liquido veritati dares. Et, si non modo omnes, verum etiam multi Catones essent in civitate nostra, in qua unum exstitisse mirabile est, quem ego currum aut quam lauream cum tua laudatione conferrem? nam ad meum sensum et ad illud sincerum ac subtile iudicium nihil potest esse laudabilius quam ea tua oratio, quae est ad me perscripta a meis necessariis. Sed causam meae voluntatis—non enim dicam cupiditatis—exposui tibi superioribus litteris, quae etiamsi parum iusta tibi visa est, hanc tamen habet rationem, non ut nimis concupiscendus honos, sed tamen, si deferatur a senatu, minime aspernandus esse videatur; spero autem illum ordinem pro meis ob rem publicam susceptis laboribus me non indignum honore, usitato praesertim, existimaturum. Quod si ita erit, tantum ex te peto, quod amicissime scribis, ut, cum tuo iudicio, quod amplissimum esse arbitraris, mihi tribueris, si id, quod maluero, acciderit, gaudeas: sic enim fecisse te et sensisse et scripsisse video, resque ipsa declarat tibi illum honorem nostrum supplicationis iucundum fuisse, quod scribendo affuisti; haec enim senatus consulta non ignoro ab amicissimis eius, cuius de honore agitur, scribi solere. Ego, ut spero, te propediem videbo, atque utinam re publica meliore, quam timeo!

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[degiovfe] - [2020-01-22 09:56:21]

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