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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 15 - 1

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I. Scr. in Cilicia exeunte mense Septembri (circa X. K. Oct.) a.u.c. 703.
M. TULLIUS M. F. CICERO PROCOS. S. D. COS. PR. TR. PL. SENATUI.

S. v. v. b. e. e. q. v. Etsi non dubie mihi nuntiabatur Parthos transisse Euphratem cum omnibus fere suis copiis, tamen, quod arbitrabar a M. Bibulo procos. certiora de iis rebus ad vos scribi posse, statuebam mihi non necesse esse publice scribere ea, quae de alterius provincia nuntiarentur; postea vero quam certissimis auctoribus, legatis nuntiis litteris, sum certior factus, vel quod tanta res erat vel quod nondum audieramus Bibulum in Syriam venisse vel quia administratio huius belli mihi cum Bibulo paene est communis, quae ad me delata essent, scribenda ad vos putavi. Regis Antiochi Commageni legati primi mihi nuntiarunt Parthorum magnas copias Euphratem transire coepisse; quo nuntio allato, cum essent nonnulli, qui ei regi minorem fidem habendam putarent, statui exspectandum esse, si quid certius afferretur. A. d. XIII Kal. Oct., cum exercitum in Ciliciam ducerem, in finibus Lycaoniae et Cappadociae mihi litterae redditae sunt a Tarcondimoto, qui fidelissimus socius trans Taurum amicissimusque populi Romani existimatur, Pacorum Orodi regis Parthorum filium cum permagno equitatu Parthico transisse Euphratem et castra posuisse Tybae magnumque tumultum esse in provincia Syria excitatum; eodem die ab Iamblicho, phylarcho Arabum, quem homines opinantur bene sentire amicumque esse rei publicae nostrae, litterae de iisdem rebus mihi redditae sunt. His rebus allatis, etsi intelligebam socios infirme animatos esse et novarum rerum exspectatione suspensos, sperabam tamen eos, ad quos iam accesseram quique nostram mansuetudinem integritatemque perspexerant, amiciores populo Romano esse factos, Ciliciam autem firmiorem fore, si aequitatis nostrae particeps facta esset: et ob eam causam et ut opprimerentur ii, qui ex Cilicum gente in armis essent, et ut hostis is, qui esset in Syria, sciret exercitum populi Romani non modo non recedere iis nuntiis allatis, sed etiam propius accedere, exercitum ad Taurum institui ducere. Sed, si quid apud vos auctoritas mea ponderis habet, in iis praesertim rebus, quas vos audistis, ego paene cerno, magno opere vos et hortor et moneo, ut his provinciis serius vos quidem, quam decuit, sed aliquando tamen consulatis. Nos quemadmodum instructos et quibus praesidiis munitos ad tanti belli opinionem miseritis, non estis ignari: quod ego negotium non stultitia occaecatus, sed verecundia deterritus non recusavi; neque enim umquam ullum periculum tantum putavi, quod subterfugere mallem quam vestrae auctoritati obtemperare. Hoc autem tempore res sese sic habet, ut, nisi exercitum tantum, quantum ad maximum bellum mittere soletis, mature in has provincias miseritis, summum periculum sit, ne amittendae sint omnes eae provinciae, quibus vectigalia populi Romani continentur. Quamobrem autem in hoc provinciali delectu spem habeatis aliquam, causa nulla est: neque multi sunt et diffugiunt, qui sunt, metu oblato et, quod genus hoc militum sit, iudicavit vir fortissimus M. Bibulus in Asia, qui, cum vos ei permisissetis, delectum habere noluerit. Nam sociorum auxilia propter acerbitatem atque iniurias imperii nostri aut ita imbecilla sunt, ut non multum nos iuvare possint, aut ita alienata a nobis, ut neque exspectandum ab iis neque committendum iis quidquam esse videatur. Regis Deiotari et voluntatem et copias, quantaecumque sunt, nostras esse duco; Cappadocia est inanis; reliqui reges tyrannique neque opibus satis firmi nec voluntate sunt. Mihi in hac paucitate militum animus certe non deerit, spero ne consilium quidem. Quid casurum sit, incertum est: utinam saluti nostrae consulere possimus! dignitati certe consulemus.

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