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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 9 - 20

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XX. Scr. Romae mense Sextili (post VII. K. Sext.) a.u.c. 708.
CICERO PAETO.

Dupliciter delectatus sum tuis litteris, et quod ipse risi et quod te intellexi iam posse ridere; me autem a te, ut scurram velitem, malis oneratum esse non moleste tuli: illud doleo, in ista loca venire me, ut constitueram, non potuisse; habuisses enim non hospitem, sed contubernalem. At quem virum! non eum, quem tu es solitus promulside conficere: integram famem ad ovum affero, itaque usque ad assum vitulinum opera perducitur. Illa mea, quae solebas antea laudare, "O hominem facilem! O hospitem non gravem!" abierunt: nunc omnem nostram de re publica curam, cogitationem de dicenda in senatu sententia, commentationem causarum abiecimus, in Epicuri nos adversarii nostri castra coniecimus, nec tamen ad hanc insolentiam sed ad illam tuam lautitiam, veterem dico, cum in sumptum habebas, etsi numquam plura praedia habuisti. Proinde te para: cum homine et edaci tibi res est et qui iam aliquid intelligat, Ùcimayeðw autem homines scis quam insolentes sint; dediscendae tibi sunt sportellae et artolagani tui. Nos iam ex artis tantum habemus, ut Verrium tuum et Camillum—qua munditia homines, qua elegantia!—vocare saepius audeamus; sed vide audaciam: etiam Hirtio coenam dedi, sine pavone tamen; in ea coena cocus meus praeter ius fervens nihil non potuit imitari. Haec igitur est nunc vita nostra: mane salutamus domi et bonos viros multos, sed tristes, et hos laetos victores, qui me quidem perofficiose et peramanter observant; ubi salutatio defluxit, litteris me involvo: aut scribo aut lego; veniunt etiam, qui meaudiant quasi doctum hominem, quia paullo sum quam ipsi doctior; inde corpori omne tempus datur. Patriam eluxi iam et gravius et diutius, quam ulla mater unicum filium. Sed cura, si me amas, ut valeas, ne ego te iacente bona tua comedim; statui enim tibi ne aegroto quidem parcere.

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[mastra] - [2011-03-12 15:16:06]

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