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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 7 - 28

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XXVIII. Scr. Romae (post VII. K. Sextil.) a.u.c. 708.
[M.] CICERO S. D. CURIO.

Memini, cum mihi desipere videbare, quod cum istis potius viveres quam nobiscum; erat enim multo domicilium huius urbis, cum quidem haec urbs fuit, aptius humanitati et suavitati tuae quam tota Peloponnesus, nedum Patrae: nunc contra et vidisse mihi multum videris, cum prope desperatis his rebus te in Graeciam contulisti, et hoc tempore non solum sapiens, qui hinc absis, sed etiam beatus; quamquam quis, qui aliquid sapiat, nunc esse beatus potest? Sed, quod tu, cui licebat, pedibus es consecutus, ut ibi esses, "ubi nec Pelopidarum" —nostri cetera—, nos idem propemodum consequimur alia ratione; cum enim salutationi nos dedimus amicorum, quae fit hoc etiam frequentius, quam solebat, quod quasi avem albam videntur bene sententiem civem videre, abdo me in bibliothecam. Itaqua opera efficio tanta, quanta fortasse tu senties; intellexi enim ex tuo sermone quodam, cum meam maestitiam et desperationem accusares domi tuae, discere te ex meis libris animum meum desiderare; sed mehercule et tum rem publicam lugebam, quae non solum suis erga me, sed etiam meis erga se beneficiis erat mihi vita mea carior, et hoc tempore, quamquam me non ratio solum consolatur, quae plurimum debet valere, sed etiam dies, quae stultis quoque mederi solet, tamen doleo ita rem communem esse dilapsam, ut ne spes quidem melius aliquando fore relinquatur. Nec vero nunc quidem culpa in eo est, in cuius potestate omnia sunt—nisi forte id ipsum esse non debuit—, sed alia casu, alia etiam nostra culpa sic acciderunt, ut de praeteritis non sit querendum. Reliquam spem nullam video; quare ad prima redeo: sapienter haec reliquisti, si consilio, feliciter, si casu.

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[degiovfe] - [2020-01-20 17:59:17]

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