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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 7 - 27

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XXVII. Scr. Romae a.u.c. 708.
M. CICERO S. D. GALLO.

Miror, cur me accuses, cum tibi id facere non liceat; quod si liceret, tamen non debebas. "Ego enim te," inquis, "in consulatu observaram," et ais fore, ut te Caesar restituat. Multa tu quidem dicis, sed tibi nemo credit. Tribunatum plebei dicis te mea causa petisse: utinam semper esses tribunus! intercessorem non quaereres. Negas me audere, quod sentiam, dicere: quasi tibi, cum impudenter me rogares, parum fortiter responderim. Haec tibi scripsi, ut isto ipso in genere, in quo aliquid posse vis, te nihil esse cognosceres. Quod si humaniter mecum questus esses, libenter tibi me et facile purgassem; non enim ingrata mihi sunt, quae fecisti, sed, quae scripsisti, molesta. Me autem, propter quem ceteri liberi sunt, tibi liberum non visum demiror; nam, si falsa fuerunt, quae tu ad me, ut ais, detulisti, quid tibi ego debeo? si vera, tu es optimus testis, quid mihi populus Romanus debeat.

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[biancafarfalla] - [2015-06-20 19:27:09]

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