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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 7 - 3

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III. Scr. Romae mense Quinctili a.u.c. 708.
M. CICERO S. D. M. MARIO

Persaepe mihi cogitanti de communibus miseriis, in quibus tot annos versamur et, ut video, versabimur, solet in mentem venire illius temporis, quo proxime fuimus una; quin etiam ipsum diem memoria teneo: nam a. d. IIII. Idus Maias Lentulo et Marcello consulibus, cum in Pompeianum vesperi venissem, tu mihi sollicito animo praesto fuisti; sollicitum autem te habebat cogitatio cum officii, tum etiam periculi mei: si manerem in Italia, verebare, ne officio deessem; si proficiscerer ad bellum, periculum te meum commovebat. Quo tempore vidisti profecto me quoque ita conturbatum, ut non explicarem, quid esset optimum factu; pudori tamen malui famaeque cedere quam salutis meae rationem ducere. Cuius me mei facti poenituit non tam propter periculum meum quam propter vitia multa, quae ibi offendi, quo veneram: primum neque magnas copias neque bellicosas; deinde extra ducem paucosque praeterea—de principibus loquor—reliquos primum in ipso bello rapaces, deinde in oratione ita crudeles, ut ipsam victoriam horrerem; maximum autem aes alienum amplissimorum virorum: quid quaeris? nihil boni praeter causam. Quae cum vidissem, desperans victoriam primum coepi suadere pacem, cuius fueram semper auctor; deinde, cum ab ea sententia Pompeius valde abhorreret, suadere institui, ut bellum duceret: hoc interdum probabat et in ea sententia videbatur fore et fuisset fortasse, nisi quadam ex pugna coepisset suis militibus confidere. Ex eo tempore vir ille summus nullus imperator fuit: signa tirone et collecticio exercitu cum legionibus robustissimis contulit; victus turpissime amissis etiam castris solus fugit. Hunc ego mihi belli finem feci nec putavi, cum integri pares non fuissemus, fractos nos superiores fore: discessi ab eo bello, in quo aut in acie cadendum fuit aut in aliquas insidias incidendum aut deveniendum in victoris manus aut ad Iubam confugiendum aut capiendus tamquam exsilio locus aut consciscenda mors voluntaria; certe nihil fuit praeterea, si te victori nolles aut non auderes committere. Ex omnibus autem iis, quae dixi, incommodis nihil tolerabilius exsilio, praesertim innocenti, ubi nulla adiuncta est turpitudo, addo etiam, cum ea urbe careas, in qua nihil sit, quod videre possis sine dolore: ego cum meis, si quidquam nunc cuiusquam est, etiam in meis esse malui. Quae acciderunt, omnia dixi futura; veni domum, non quo optima vivendi condicio esset, sed tamen, si esset aliqua forma rei publicae, tamquam in patria ut essem, si nulla, tamquam in exsilio. Mortem mihi cur consciscerem, causa non visa est, cur optarem, multae causae; vetus est enim: ubi non sis, qui fueris, non esse, cur velis vivere. Sed tamen vacare culpa magnum est solatium, praesertim cum habeam duas res, quibus me sustentem, optimarum artium scientiam et maximarum rerum gloriam, quarum altera mihi vivo numquam eripietur, altera ne mortuo quidem. Haec ad te scripsi verbosius et tibi molestus fui, quod te cum mei, tum rei publicae cognovi amantissimum. Notum tibi omne meum consilium esse volui, ut primum scires me numquam voluisse plus quemquam posse quam universam rem publicam, postea autem quam alicuius culpa tantum valeret unus, ut obsisti non posset, me voluisse pacem; amisso exercitu et eo duce, in quo spes fuerat uno, me voluisse etiam reliquis omnibus, postquam non potuerim, mihi ipsi finem fecisse belli; nunc autem, si haec civitas est, civem esse me, si non, exsulem esse non incommodiore loco, quam si Rhodum me aut Mytilenas contulissem. Haec tecum coram malueram; sed, quia longius fiebat, volui per litteras eadem, ut haberes, quid diceres, si quando in vituperatores meos incidisses; sunt enim, qui, cum meus interitus nihil fuerit rei publicae profuturus, criminis loco putent esse, quod vivam, quibus ego certo scio non videri satis multos perisse: qui, si me audissent, quamvis iniqua pace, honeste tamen viverent; armis enim inferiores, non causa fuissent. Habes epistulam verbosiorem fortasse, quam velles; quod tibi ita videri putabo, nisi mihi longiorem remiseris. Ego, si, quae volo, expediero, brevi tempore te, ut spero, videbo.

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