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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 7 - 2

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II. Scr. Romae ineunte anno u.c. 703.
M. CICERO S. D. M. MARIO.

Mandatum tuum curabo diligenter; sed homo acutus ei mandasti potissimum, cui expediret illud venire quam plurimo; sed in eo vidisti multum, quod praefinisti, quo ne pluris emerem. Quod si mihi permisisses, qui meus amor in te est, confecissem cum coheredibus; nunc, quoniam tuum pretium novi, illicitatorem potius ponam, quam illud minoris veneat. Sed de ioco satis est: tuum negotium agam, sicuti debeo, diligenter. De Bursa te gaudere certo scio; sed nimis verecunde mihi gratularis; putas enim, ut scribis, propter hominis sordes minus me magnam illam laetitiam putare. Credas mihi velim magis me iudicio hoc quam morte inimici laetatum: primum enim iudicio malo quam gladio, deinde gloria potius amici quam calamitate; in primisque me delectavit tantum studium bonorum in me exstitisse contra incredibilem contentionem clarissimi et potentissimi viri; postremo—vix veri simile fortasse videatur—oderam multo peius hunc quam illum ipsum Clodium; illum enim oppugnaram, hunc defenderam, et ille, cum omnis res publica in meo capite discrimen esset habitura, magnum quiddam spectavit, nec sua sponte, sed eorum auxilio, qui me stante stare non poterant, hic simiolus animi cauas me, in quem inveheretur, delegerat persuaseratque nonnullis invidis meis se in me emissarium semper fore. Quamobrem valde iubeo gaudere te: magna res gesta est. Numquam ulli fortiores cives fuerunt, quam qui ausi sunt eum contra tantas opes eius, a quo ipsi lecti iudices erant, condemnare; quod fecissent numquam, nisi iis dolori meus fuisset dolor. Nos hic in multitudine et crebritate iudiciorum et novis legibus ita distinemur, ut quotidie vota faciamus, ne intercaletur, ut quam primum te videre possimus.

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[degiovfe] - [2020-01-20 12:57:02]

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