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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 7 - 1

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I. Scr. Romae a.u.c. 699.
M. CICERO S. D. M. MARIO.

Si te dolor aliqui corporis aut infirmitas valetudinis tuae tenuit, quo minus ad ludos venires, fortunae magis tribuo quam sapientiae tuae; sin haec, quae ceteri mirantur, contemnenda duxisti et, cum per valetudinem posses, venire tamen noluisti, utrumque laetor, et sine dolore corporis te fuisse et animo valuisse, cum ea, quae sine causa mirantur alii, neglexeris, modo ut tibi constiterit fructus otii tui, quo quidem tibi perfrui mirifice licuit, cum esses in ista amoenitate paene solus relictus. Neque tamen dubito, quin tu in illo cubiculo tuo, ex quo tibi Stabianum perforasti et patefecisti Misenum, per eos dies matutina tempora lectiunculis consumpseris, cum illi interea, qui te istic reliquerunt, spectarent communes mimos semisomni. Reliquas vero partes diei tu consumebas iis delectationibus, quas tibi ipse ad arbitrium tuum compararas, nobis autem erant ea perpetienda, quae Sp. Maecius probavisset. Omnino, si quaeris, ludi apparatissimi, sed non tui stomachi; coniecturam enim facio de meo; nam primum honoris causa in scenam redierant ii, quos ego honoris causa de scena decessisse arbitrabar; deliciae vero tuae, noster Aesopus, eiusmodi fuit, ut ei desinere per omnes homines liceret: is iurare cum coepisset, vox eum defecit in illo loco: "si sciens fallo." Quid tibi ego alia narrem? nosti enim reliquos ludos, qui ne id quidem leporis habuerunt, quod solent mediocres ludi; apparatus enim spectatio tollebat omnem hilaritatem, quo quidem apparatu non dubito quin animo aequissimo carueris; quid enim delectationis habent sexcenti muli in Clytaemnestra aut in Equo Troiano creterrarum tria milia aut armatura varia peditatus et equitatus in aliqua pugna? quae popularem admirationem habuerunt, delectationem tibi nullam attulissent. Quod si tu per eos dies operam dedisti Protogeni tuo, dummodo is tibi quidvis potius quam orationes meas legerit, ne tu haud paullo plus quam quisquam nostrum delectationis habuisti; non enim te puto Graecos aut Oscos ludos desiderasse, praesertim cum Oscos vel in senatu vestro spectare possis, Graecos ita non ames, ut ne ad villam quidem tuam via Graeca ire soleas. Nam quid ego te athletas putem desiderare, qui gladiatores contempseris? in quibus ipse Pompeius confitetur se et operam et oleum perdidisse. Reliquae sunt venationes binae per dies quinque, magnificae—nemo negat—, sed quae potest homini esse polito delectatio, cum aut homo imbecillus a valentissima bestia laniatur aut praeclara bestia venabulo transverberatur? quae tamen, si videnda sunt, saepe vidisti, neque nos, qui haec spectavimus, quidquam novi vidimus. Extremus elephantorum dies fuit: in quo admiratio magna vulgi atque turbae, delectatio nulla exstitit; quin etiam misericordia quaedam consecuta est atque opinio eiusmodi, esse quandam illi beluae cum genere humano societatem. His ego tamen diebus, ne forte videar tibi non modo beatus, sed liber omnino fuisse, dirupi me paene in iudicio Galli Caninii, familiaris tui. Quod si tam facilem populum haberem, quam Aesopus habuit, libenter mehercule [artem] desinerem tecumque et cum similibus nostri viverem; nam me cum antea taedebat, cum et aetas et ambitio me hortabatur et licebat denique, quem nolebam, non defendere, tum vero hoc tempore vita nulla est; neque enim fructum ullum laboris exspecto et cogor nonnumquam homines non optime de me meritos rogatu eorum, qui bene meriti sunt, defendere. Itaque quaero causas omnes aliquando vivendi arbitratu meo teque et istam rationem otii tui et laudo vehementer et probo, quodque nos minus intervisis, hoc fero animo aequiore, quod, si Romae esses, tamen neque nos lepore tuo neque te—si qui est in me—meo frui liceret propter molestissimas occupationes meas; quibus si me relaxaro—nam, ut plane exsolvam, non postulo—, te ipsum, qui multos annos nihil aliud commentaris, docebo profecto, quid sit humaniter vivere. Tu modo istam imbecillitatem valetudinis tuae sustenta et tuere, ut facis, ut nostras villas obire et mecum simul lecticula concursare possis. Haec ad te pluribus verbis scripsi, quam soleo, non otii abundantia, sed amoris erga te, quod me quadam epistula subinvitaras, si memoria tenes, ut ad te aliquid eiusmodi scriberem, quo minus te praetermisisse ludos poeniteret: quod si assecutus sum, gaudeo; sin minus, hoc me tamen consolor, quod posthac ad ludos venies nosque vises neque in epistulis relinques meis spem aliquam delectationis tuae.

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