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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 4 - 9

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IX. Scr. Romae (post VII. K. Sext.) a.u.c. 708.
M. CICERO S. D. M. MARCELLO.

Etsi perpaucis ante diebus dederam Q. Mucio litteras ad te pluribus verbis scriptas, quibus declaraveram, quo te animo censerem esse oportere et quid tibi faciendum arbitrarer, tamen, cum Theophilus, libertus tuus, proficisceretur, cuius ego fidem erga te benevolentiamque perspexeramn, sine meis litteris eum ad te venire nolui. Iisdem igitur te rebus etiam atque etiam hortor, quibus superioribus litteris hortatus sum, ut in ea re publica, quaecumque est, quam primum velis esse: multa videbis fortasse, quae nolis, non plura tamen, quam audis quotidie; non est porro tuum uno sensu solum oculorum moveri, cum idem illud auribus percipias—quod etiam maius videri solet—, minus laborare. At tibi ipsi dicendum erit aliquid, quod non sentias, aut faciendum, quod non probes. Primum tempori cedere, id est necessitati parere, semper sapientis est habitum; deinde non habet, ut nunc quidem est, id vitii res: dicere fortasse, quae sentias, non licet, tacere plane licet; omnia enim delata ad unum sunt: is utitur consilio ne suorum quidem, sed suo; quod non multo secus fieret, si is rem publicam teneret, quem secuti sumus: an, qui in bello, cum omnium nostrum coniunctum esset periculum, suo et certorum hominum minime prudentium consilio uteretur, eum magis communem censemus in victoria futurum fuisse, quam incertis in rebus fuisset? et, qui nec te consule tuum sapientissimum consilium secutus esset nec fratre tuo consulatum ex auctoritate tua gerente vobis auctoribus uti voluerit, nunc omnia tenentem nostras sententias desideraturum censes fuisse? Omnia sunt misera in bellis civilibus—quae maiores nostri ne semel quidem, nostra aetas saepe iam sensit—; sed miserius nihil quam ipsa victoria, quae, etiamsi ad meliores venit, tamen eos ipsos ferociores impotentioresque reddit, ut, etiamsi natura tales non sint, necessitate esse cogantur; multa enim victori eorum arbitrio, per quos vicit, etiam invito facienda sunt. An tu non videbas mecum simul, quam illa crudelis esset futura victoria? igitur tum quoque careres patria, ne, quae nolles, videres? "Non," inquies, "ego enim ipse tenerem opes et dignitatem meam." At erat tuae virtutis in minimis tuas res ponere, de re publica vehementius laborare. Deinde qui finis istius consilii est? nam adhuc et factum tuum probatur et, ut in tali re, etiam fortuna laudatur: factum, quod et initium belli necessario secutus sis et extrema sapienter persequi nolueris; fortuna, quod honesto otio tenueris et statum et famam dignitatis tuae: nunc vero nec locus tibi ullus dulcior esse debet patria nec eam diligere minus debes, quod deformior est, sed misereri potius nec eam multis claris viris orbatam privare etiam aspectu tuo. Denique, si fuit magni animi non esse supplicem victori, vide, ne superbi sit aspernari eiusdem liberalitatem, et, si sapientis est carere patria, duri non desiderare, et, si re publica non possis frui, stultum est nolle privata. Caput illud est, ut, si ista vita tibi commodior esse videatur, cogitandum tamen sit, ne tutior non sit: magna gladiorum est licentia, sed in externis locis minor etiam ad facinus verecundia. Mihi salus tua tantae curae est, ut Marcello, fratri tuo, aut par aut certe proximus sim; tuum est consulere temporibus et incolumitati et vitae et fortunis tuis.

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