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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 3 - 12

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XII. Scr. Sidae a. d. III. Nonas Sextiles a.u.c. 704.
M. CICERO AP. PULCHRO S.

Gratulabor tibi prius—ita enim rerum ordo postulat—, deinde ad me convertar. Ego vero vehementer gratulor de iudicio ambitus, neque id, quod nemini dubium fuit, absolutum esse te, sed illud, quod, quo melior civis, quo vir clarior, quo fortior amicus es quoque plura virtutis, industriae ornamenta in te sunt, eo mirandum est magis, nullam ne in tabellae quidem latebra fuisse absconditam malevolentiam, quae te impugnare auderet: non horum temporum, non horum hominum atque morum negotium; nihil iam sum pridem admiratus magis. De me autem, suscipe paullisper meas partes et eum te esse finge, qui sum ego: si facile inveneris, quid dicas, noli ignoscere haesitationi meae. Ego vero velim mihi Tulliaeque meae, sicut tu amicissime et suavissime optas, prospere evenire ea, quae me insciente facta sunt a meis; sed ita cecidisse, ut agerentur eo tempore, spero omnino cum aliqua felicitate et opto, verumtamen plus me in hac spe tua sapientia et humanitas consolatur quam opportunitas temporis: itaque, quemadmodum expediam exitum huius institutae orationis, non reperio; neque enim tristius dicere quidquam debeo ea de re, quam tu ipse ominibus optimis rosequeris, neque non me tamen mordet aliquid. In quo unum non vereor, ne tu parum perspicias ea, quae gesta sunt, ab aliis esse gesta, quibus ego ita mandaram, ut, cum tam longe afuturus essem, ad me ne referrent, agerent, quod probassent. In hoc autem mihi illud occurrit: "quid tu igitur, si affuisses?" rem probassem, de tempore, nihil te invito, nihil sine consilio egissem tuo. Vides sudare me iamdudum laborantem, quomodo ea tuear, quae mihi tuenda sunt, ut te non offendam: leva me igitur hoc onere; numquam enim mihi videor tractasse causam difficiliorem. Sic habeto tamen: nisi iam tunc omnia negotia cum summa tua dignitate diligentissime confecissem, tametsi nihil videbatur ad meum erga te pristinum studium addi posse, tamen hac mihi affinitate nuntiata non maiore equidem studio, sed acrius, apertius, significantius dignitatem tuam defendissem. Decedenti mihi et iam imperio annuo terminato ante d. III. Nonas Sext., cum ad Sidam navi accederem et mecum Q. Servilius esset, litterae a meis sunt redditae: dixi statim Servilio—etenim videbatur esse commotus—, ut omnia a me maiora exspectaret; quid multa? benevolentior tibi, quam fui, nihilo sum factus, diligentior ad declarandam benevolentiam multo; nam, ut vetus nostra simultas antea stimulabat me, ut caverem, ne cui suspicionem ficte reconciliatae gratiae darem, sic affinitas nova nunc curam mihi affert cavendi, ne quid de summo meo erga te amore detractum esse videatur.

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