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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 3 - 7

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VII. Scr. Laodiceae circiter Id. Februarias a.u.c. 704.
M. CICERO S. D. AP. PULCHRO.

Pluribus verbis ad te scribam, cum plus otii nactus ero: haec scripsi subito, cum Bruti pueri Laodiceae me convenissent et se Romam properare dixissent; itaque nullas iis praeterquam ad te et ad Brutum dedi litteras. Legati Appiani mihi volumen a te plenum querelae iniquissimae reddiderunt, quod eorum aedificationem litteris meis impedissem; eadem autem epistula petebas, ut eos quam primum, ne in hiemem inciderent, ad facultatem aedificandi liberarem, et simul peracute querebare, quod eos tributa exigere vetarem, priusquam ego re cognita permisissem; genus enim quoddam fuisse impediendi, cum ego cognoscere non possem, nisi cum ad hiemem me ex Cilicia recepissem. Ad omnia accipe et cognosce aequitatem expostulationis tuae: primum, cum ad me aditum esset ab iis, qui dicerent a se intolerabilia tributa exigi, quid habuit iniquitatis me scribere, ne facerent, antequam ego rem causamque cognossem? Non poteram, credo, ante hiemem; sic enim scribis: quasi vero ad cognoscendum ego ad illos, non illi ad me venire debuerint. "Tam longe?" inquis. Quid? cum dabas iis litteras, per quas mecum agebas, ne eos impedirem, quo minus ante hiemem aedificarent, non eos ad me venturos arbitrabare? tametsi id quidem fecerunt ridicule; quas enim litteras afferebant, ut opus aestate facere possent, eas mihi post brumam reddiderunt. Sed scito et multo plures esse, qui de tributis recusent, quam qui exigi velint, et me tamen, quod te velle existimem, esse facturum. De Appianis hactenus. A Pausania, Lentuli liberto, accenseo meo, audivi, cum diceret te secum esse questum, quod tibi obviam non prodissem. Scilicet contempsi te, nec potest fieri me quidquam superbius! cum puer tuus ad me secunda fere vigilia venisset isque te ante lucem Iconium mihi venturum nuntiasset, incertumque, utra via, cum essent duae, altera Varronem, tuum familiarissimum, altera Q. Leptam, praefectum fabrum meum, tibi obviam misi. Mandavi utrique eorum, ut ante ad me excurrerent, ut tibi obviam prodire possem: currens Lepta venit mihique nuntiavit te iam castra praetergressum esse; confestim Iconium veni; cetera iam tibi nota sunt. An ego tibi obviam non prodirem, primum Ap. Claudio, deinde imperatori, deinde more maiorum, deinde, quod caput est, amico? qui in isto genere multo etiam ambitiosius facere soleam, quam honos meus et dignitas postulat. Sed haec hactenus: illud idem Pausania dicebat te dixisse: "quid? Appius Lentulo, Lentulus Ampio processit obviam, Cicero Appio noluit?" Quaeso, etiamne tu has ineptias, homo mea sententia summa prudentia, multa etiam doctrina, plurimo rerum usu, addo urbanitatem, quae est virtus, ut Stoici rectissime putant? ullam Appietatem aut Lentulitatem valere apud me plus quam ornamenta virtutis existimas? Cum ea consecutus nondum eram, quae sunt hominum opinionibus amplissima, tamen ista vestra nomina numquam sum admiratus; viros eos, qui ea vobis reliquissent, magnos arbitrabar: postea vero quam ita et cepi et gessi maxima imperia, ut mihi nihil neque ad honorem neque ad gloriam acquirendum putarem, superiorem quidem numquam, sed parem vobis me speravi esse factum. Nec mehercule aliter vidi existimare vel Cn. Pompeium, quem omnibus, qui umquam fuerunt, vel P. Lentulum, quem mihi ipsi antepono: tu si aliter existimas, nihil errabis, si paullo diligentius, ut, quid sit eugeneia, quid sit nobilitas, intelligas, Athenodorus, Sandonis filius, quid de his rebus dicat, attenderis. Sed, ut ad rem redeam, me tibi non amicum modo, verum etiam amicissimum existimes velim: profecto omnibus officiis meis efficiam, ut ita esse vere possis iudicare. Tu autem si id agis, ut minus mea causa, dum ego absim, debere videaris, quam ego tua laborarim, libero te ista cura:

par' emoige kai alloi
hoi ke me timsousi, malista de mtieta Zeus.

Si autem natura es philaitios, illud non perficies quo minus tua causa velim, hoc assequere, ut, quam in partem tu accipias, minus laborem. Haec ad te scripsi liberius fretus conscientia officii mei benevolentiaeque, quam a me certo iudicio susceptam, quoad tu voles, conservabo.

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[biancafarfalla ] - [2015-04-09 18:27:43]

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