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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 3 - 6

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VI. Scr. in castris ad Iconium pr. Kal. Sept. a. u. c. 703.
M. CICERO S. D. AP. PULCHRO.

Cum meum factum cum tuo comparo, etsi non magis mihi faveo in nostra amicitia tuenda quam tibi, tamen multo magis meo facto delector quam tuo. Ego enim Brundisii quaesivi ex Phania, cuius mihi videbar et fidelitatem erga to perspexisse et nosse locum, quem apud te is teneret, quam in partem provinciae maxime putaret te velle ut in succedendo primum venirem; cum ille mihi respondisset nihil me tibi gratius facere posse, quam si ad Sidam navigassem, etsi minus dignitatis habebat ille adventus et ad multas res mihi minus erat aptus, tamen ita me dixi esse facturum. Idem ego; cum L. Clodium Corcyrae convenissem, hominem ita tibi coniunctum, ut mihi, cum illo cum loquerer, tecum loqui viderer, dixi ei me ita facturum esse, ut in eam partem, quam Phania rogasset, primum venirem; tunc ille, mihi cum gratias egisset, magno opere a me petivit, ut Laodiceam protinus irem; te in prima provincia velle esse, ut quam primum decederes; quin, nisi ego successor essem, quem tu cuperes videre, te antea, quam tibi successum esset, decessurum fuisse—quod quidem erat consentaneum cum iis litteris, quas ego Romae acceperam, ex quibus perspexisse mihi videbar, quam festinares decedere—; respondi Clodio me ita esse facturum ac multo quidem libentius, quam si illud esset faciendum, quod promiseram Phaniae: itaque et consilium mutavi et ad te statim mea manu scriptas litteras misi, quas quidem ex tuis litteris intellexi satis mature ad te esse perlatas. Hoc ego meo facto valde detector, nihil enim potuit fieri amantius; considera nunc vicissim tuum: non modo ibi non fuisti, ubi me quam primum videre posses, sed eo discessisti, quo ego te ne persequi quidem possem triginta diebus, qui tibi ad decedendum lege, ut opinor, Cornelia constituti essent, ut tuum factum iis, qui, quo animo inter nos simus, ignorant, alieni hominis, ut levissime dicam, et fugientis congressum, meum vero coniunctissimi et amicissimi esse videatur. Ac mihi tamen, antequam in provinciam veni, redditae sunt a te litterae, quibus etsi te Tarsum proficisci demonstrabas, tamen mihi non dubiam spem mei conveniendi afferebas, cum interea, credo equidem, malevoli homines—late enim patet hoc vitium et est in multis—. sed tamen probabilem materiem nacti sermonis ignari meae constantiae conabantur alienare a te voluntatem meam, qui te forum Tarsi agere, statuere multa, decernere, iudicare dicerent, quam posses iam suspicari tibi esse successum, quae ne ab iis quidem fieri solerent, qui brevi tempore sibi succedi putarent. Horum ego sermone non movebar, quin etiam, credas mihi velim, si quid tu ageres, levari me putabam molestia et ex annua provincia, quae mihi longa videretur, prope iam undecim mensum provinciam factam esse gaudebam, si absenti mihi unius mensis labor detractus esset: illud, vere dicam, me movet, in tanta militum paucitate abesse tres cohortes, quae sint plenissimae, nec me scire ubi sint; molestissime autem fero, quod, te ubi visurus sim, nescio, eoque ad te tardius scripsi, quod quotidie te ipsum exspectabam, cum interea ne litteras quidem ullas accepi, quae me docerent, quid ageres aut ubi te visurus essem. Itaque virum fortem mihique in primis probatum, D. Antonium, praefectum evocatorum, misi ad te, cui, si tibi videretur, cohortes traderes, ut, dum tempus anni esset idoneum, aliquid negotii gerere possem: in quo, tuo consilio ut me sperarem esse usurum, et amicitia nostra et litterae tuae fecerant, quod ne nunc quidem despero; sed plane, quando aut ubi te visurus sim, nisi ad me scripseris, ne suspicari quidem possum. Ego, ut me tibi amicissimum esse et aequi et iniqui intelligant, curabo: de tuo in me animo iniquis secus existimandi videris nonnihil loci dedisse; id si correxeris, mihi valde gratum erit. Et, ut habere rationem possis, quo loco me salva lege Cornelia convenias, ego in provinciam veni pridie Kalendas Sextiles, iter in Ciliciam facio per Cappadociam, castra movi ab Iconio pridie Kalendas Septembres. Nunc tu et ex diebus et ex ratione itineris, si putabis me esse conveniendum, constitues, quo loco id commodissime fieri possit et quo die.

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[biancafarfalla] - [2013-06-06 18:31:45]

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