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Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 3 - 5

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V. Scr. Trallibus a. d. VI. Kal. Sext. a.u.c. 703.
M. CICERO S. D. AP. PULCHRO.

Tralles veni a. d. VI. Kal. Sextilis. Ibi mihi praesto fuit L. Lucillius cum litteris mandatisque tuis; quo quidem hominem neminem potuisti nec mihi amiciorem nec, ut arbitror, ad ea cognoscenda, quae scire volebam, aptiorem prudentioremve mittere; ego autem et tuas litteras legi libenter et audivi Lucillium diligenter. Nunc, quoniam et tu ita sentis—scribis enim, quae de nostris officiis ego ad te scripserim, etsi tibi iucunda fuerint, tamen, quoniam ex alto repetita sint, non necessaria te putasse—et re vera confirmata amicitia et perspecta fide commemoratio officiorum supervacanea est, eam partem orationis praetermittam; tibi tamen agam, ut debeo, gratias, animadverti enim et didici ex tuis litteris te omnibus in rebus habuisse rationem, ut mihi consuleres praestitueresque et praeparares quodammodo omnia, quo mea ratio facilior et solutior esse posset. Hoc tuum officium cum mihi gratissimum esse dicam, sequitur illud, ut te existimare velim mihi magnae curae fore atque esse iam, primum ut ipse tu tuique omnes, deinde ut etiam reliqui scire possint me tibi esse amicissimum; quod quibus adhuc non satis est perspectum, ii mihi nolle magis nos hoc amino esse quam non intelligere videntur; sed profecto intelligent, neque enim obscuris personis nec parvis in causis res agetur. Sed haec fieri melius quam dici aut scribi volo. Quod itinerum meorum ratio te nonnullam in dubitationem videtur adducere, visurusne me sis in provincia, ea res sic se habet: Brundisii cum loquerer cum Phania, liberto tuo, veni in eum sermonem, ut dicerem me libenter ad eam partem provinciae primum esse venturum, quo to maxime velle arbitraretur; tunc mihi ille dixit, quod classe tu velles decedere, per fore accommodatum tibi, si ad illam maritimam partem provinciae navibus accessissem; dixi me esse facturum, itaque fecissem, nisi mihi L. Clodius noster Corcyrae dixisset minime id esse faciendum; te Laodiceae fore ad meum adventum: erat id mihi multo brevius multoque commodius, cum praesertim te ita malle arbitrarer; tua ratio postea est commutata. Nunc quid fieri possit, tu facillime statues; ego tibi meum consilium exponam: pr. Kalendas Sextiles puto me Laodiceae fore; perpaucos dies, dum pecunia accipitur, quae mihi ex publica permutatione debetur, commorabor; deinde iter faciam ad exercitum, ut circiter Idus Sextiles putem me ad Iconium fore. Sed, si quid nunc me fallit in scribendo—procul enim aberam ab re ipsa et a locis—, simul ac progredi coepero, quam celerrime potero et quam creberrimis litteris faciam ut tibi nota sit omnis ratio dierum atque itinerum meorum. Oneris tibi imponere nec audeo quidquam nec debeo; sed, quod commodo tuo fieri possit, utriusque nostrum magni interest, ut te videam ante, quam decedas: quam facultatem si quis casus eripuerit, mea tamen in te omnia officia constabunt non secus ac si te vidissem; tibi de nostris rebus nihil sum ante mandaturus per litteras, quam desperaro coram me tecum agere posse. Quod te a Scaevola petisse dicis, ut, dum tu abesses, ante adventum meum provincia, praeesset, eum ego Ephesi vidi fuitque mecum familiariter triduum illud, quod ego Ephesi commoratus sum, nec ex eo quidquam audivi, quod sibi a te mandatum diceret. Ac sane vellem potuisset obsequi voluntati tuae; non enim arbitror noluisse.

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[biancafarfalla] - [2017-11-20 16:35:58]

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