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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 15 - 17

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15.17

Scr. in Antiati postr. Id. Iun. a. 710 (44).
CICERO ATTlCO SAL.


duas accepi postridie Idus, alteram eo die datam, alteram Idibus. prius igitur superiori. de <D.> Bruto, cum scies. de consulum ficto timore cognoveram. Sicca enim filosto/rgwj ille quidem sed tumultuosius ad me etiam illam suspicionem pertulit. quid tu autem? 'ta\ me\n dido/mena --,? nullum enim verbum a Siregio . non placet. de Plaetono vicino tuo permoleste tuli quemquam prius audisse quam me. de Syro prudenter. L. Antonium per Marcum fratrem, ut arbitror, facillime deterrebis. Antroni vetui; sed nondum acceperas litteras, ne cuiquam nisi L. Fadio aedili. aliter enim nec caute nec iure fieri potest. quod scribis tibi deesse HS c_ quae Ciceroni curata sint, velim ab Erote quaeras ubi sit merces insularum. Arabioni de Sittio nihil irascor. ego de itinere nisi explicato L nihil cogito; quod idem tibi videri puto.

[2] habes ad superiorem. nunc audi ad alteram. tu vero facis ut omnia quod Serviliae non dees, id est Bruto. de regina gaudeo te non laborare, teste m etiam tibi probari. Erotis rationes et ex Tirone cognovi et vocavi ipsum. gratissimum quod polliceris Ciceroni nihil defuturum; de quo mirabilia Messalla qui Lanuvio rediens ab illis venit ad me, et me hercule ipsius litterae sic et filosto/rgwj et eu)pinw=j scriptae ut eas vel in acroasi audeam legere. quo magis illi indulgendum puto. de Buciliano Sestium puto non moleste ferre. ego, si Tiro ad me, cogito in Tusculanum. tu vero, quicquid erit quod me scire par sit, statim.

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[degiovfe] - [2017-06-15 15:02:24]

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