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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 13 - 27

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13.27


Scr. in Tusculano viii K. Iun. a. 709 (45).
CICERO ATTICO SAL.


de epistula ad Caesarem nobis vero semper rectissime placuit ut isti ante legerent. aliter enim fuissemus et in hos inofficiosi et in nosmet ipsos, si illum offensuri fuimus, paene periculosi. isti autem ingenue; mihique gratum quod quid sentirent non reticuerunt, illud vero vel optime quod ita multa mutari volunt ut mihi de integro scribendi causa non sit. quamquam de Parthico bello quid spectare debui nisi quod illum velle arbitrabar? quod enim aliud argumentum epistulae nostrae nisi kolakei/a fuit? an, si ea quae optima putarem suadere voluissem, oratio mihi defuisset? totis igitur litteris nihil opus est. ubi enim e)pi/teugma magnum nullum fieri possit, a)po/teugma vel non magnum molestum futurum sit, quid opus est parakinduneu/ein ? praesertim cum illud occurrat, illum, cum antea nihil scripserim, existimaturum me nisi toto bello confecto nihil scripturum fuisse. atque etiam vereor ne putet me hoc quasi Catonis mei/ligma esse voluisse. quid quaeris? valde me paenitebat nec mihi in hac quidem re quicquam magis ut vellem accidere potuit quam quod spoudh\ nostra non est probata. incidissemus etiam in illos, in eis in cognatum tuum.

[2] sed redeo ad hortos. plane illuc te ire nisi tuo magno commodo nolo; nihil enim urget. quicquid erit, operam <in> Faberio ponamus. de die tamen auctionis, si quid scies. eum qui e Cumano venerat, quod et plane valere Atticam nuntiabat et litteras se habere aiebat, statim ad te misi.

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[degiovfe] - [2017-06-02 11:26:00]

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