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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 10 - 9

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10.9

Scr. in Cumano v Non. Mai. a. 705 (49)
CICERO ATTICO SAL.


adventus Philotimi (at cuius hominis, quam insulsi et quam saepe pro Pompeio mentientis!) exanimavit omnis qui mecum erant; nam ipse obdurui. dubitabat nostrum nemo quin Caesar itinera repressisset--volare dicitur; Petreius cum Afranio coniunxisset <se>--nihil adfert eius modi. quid quaeris? etiam illud erat persuasum, Pompeium cum magnis copiis iter in Germaniam per Illyricum fecisse; id enim au)qentikw=j nuntiabatur. Melitam igitur opinor capessamus, dum quid in Hispania. quod quidem prope modum videor ex Caesaris litteris voluntate facere posse, qui negat neque honestius neque tutius mihi quicquam esse quam ab omni contentione abesse.

[2] dices, 'ubi ergo tuus ille animus quem proximis litteris?' adest et idem est; sed utinam meo solum capite decernerem! lacrimae meorum me interdum molliunt precantium ut de Hispaniis exspectemus. M. Caeli quidem epistulam scriptam miserabiliter, cum hoc idem obsecraret ut exspectarem, ne fortunas meas, ne unicum filium, ne meos omnis tam temere proderem, non sine magno fletu legerunt pueri nostri; etsi meus quidem est fortior eoque ipso vehementius commovet nec quicquam nisi de dignatione laborat. Melitam igitur, deinde quo videbitur.

[3] tu tamen etiam nunc mihi aliquid litterarum et maxime si quid ab Afranio. ego si cum Antonio locutus ero, scribam ad te quid actum sit. ero tamen in credendo, ut mones, cautus; nam occultandi ratio cum difficilis tum etiam periculosa est. Servium exspecto ad Nonas, et adigit ita Postumia et Servius Flius. quartanam leviorem esse gaudeo. misi ad te Caeli etiam litterarum exemplum.

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[degiovfe] - [2015-11-15 21:09:20]

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