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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 8 - 11

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8.11

Scr. in Formiano in K. Mart. a. 705 (49).
CICERO ATTICO SAL.


quod me magno animi motu perturbatum putas, sum equidem sed non tam magno quam tibi fortasse videor. levatur enim omnis cura cum aut constitit consilium aut cogitando nihil explicatur. lamentari autem licet illud quidem totos dies; sed vereor ne nihil cum proficiam etiam dedecori sim studiis ac litteris nostris. consumo igitur omne tempus considerans quanta vis sit illius viri quem nostris libris satis diligenter, ut tibi quidem videmur, expressimus. tenesne igitur moderatorem illum rei publicae quo referre velimus omnia? nam sic quinto, ut opinor, in libro loquitur Scipio, 'ut enim gubernatori cursus secundus, medico salus, imperatori victoria, sic huic moderatori rei publicae beata civium vita proposita est, ut opibus firma, copiis locuples, gloria ampla, virtute honesta sit. huius enim operis maximi inter homines atque optimi illum esse perfectorem volo.'

[2] hoc Gnaeus noster cum antea numquam tum in hac causa minime cogitavit. dominatio quaesita ab utroque est, non id actum beata et honesta civitas ut esset. nec vero ille urbem reliquit quod eam tueri non posset nec Italiam quod ea pelleretur, sed hoc a primo cogitavit, omnis terras, omnia maria movere, reges barbaros incitare, gentis feras armatas in Italiam adducere, exercitus conficere maximos. genus illud Sullani regni iam pridem appetitur multis qui una sunt cupientibus. an censes nihil inter eos convenire, nullam pactionem fieri potuisse? hodie potest. sed neutri sko/poj est ille ut nos beati simus; uterque regnare vult.

[3] haec a te invitatus breviter exposui. voluisti enim me o quid de his malis sentirem ostendere. Proqespi/zw igitur, noster Attice, non hariolans ut illa cui nemo credidit sed coniectura prospiciens, iamque mari magno-- non multo, inquam, secus possum vaticinari. tanta malorum impendet )Ilia/j . atque hoc nostra gravior est causa qui domi sumus quam illorum qui una transierunt, quod illi [qui] alterum metuunt, nos utrumque.

[4] 'cur igitur' inquis 'remansimus?' vel tibi paruimus vel non occurrimus vel hoc fuit rectius. conculcari, inquam, miseram Italiam videbis proxima aestate aut utriusque in mancipiis ex omni genere conlectis, nec tam +iptio pertimescenda, quae Luceriae multis sermonibus denuntiata esse dicitur, quam universam interitus tantas in confligendo utriusque viris video futuras. habes coniecturam meam. tu autem consolationis fortasse aliquid exspectasti. nihil invenio nihil fieri potest miserius, nihil perditius, nihil foedius.

quod quaeris quid Caesar ad me scripserit, quod saepe, gratissimum sibi esse quod quierim, oratque in eo ut perseverem. Balbus minor haec eadem mandata. iter autem eius erat ad Lentulum consulem cum litteris Caesaris praemiorumque promissis si Romam revertisset. verum cum habeo rationem dierum, ante puto tramissurum quam potuerit conveniri.

[6] epistularum Pompei duarum quas ad me misit neglegentiam meamque in rescribendo diligentiam volui tibi notam esse. earum exempla ad te misi.

[7] Caesaris hic per Apuliam ad Brundisium cursus quid efficiat exspecto. Vtinam aliquid simile Parthicis rebus! simul aliquid audiero, scribam ad te. tu ad me velim bonorum sermones Romae frequentes esse dicuntur. scio equidem te in publicum non prodire, sed tamen audire te multa necesse est. memini librum tibi adferri a Demetrio Magnete ad te missum [scio] peri\ o(monoi/aj . Eum mihi velim mittas. vides quam causam mediter.

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[biancafarfalla] - [2013-08-02 19:08:09]

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