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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 5 - 17

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5.17

Scr. in itinere ad castra inter iv Id. a prid. Id. Sext. a. 703 (51).
CICERO ATTICO SAL.


accepi Roma sine epistula tua fasciculum litterarum; in quo, si modo valuisti et Romae fuisti, Philotimi duco esse culpam, non tuam. haud epistulam dictavi sedens in raeda, cum in castra proficiscerer a quibus aberam bidui. paucis diebus habebam certos homines quibus darem litteras. itaque eo me servavi.

[2] nos tamen, etsi hoc te ex aliis audire malo, sic in provincia nos gerimus, quod ad abstinentiam attinet, ut nullus terruncius insumatur in quemquam. id fit etiam et legatorum et tribunorum et praefectorum diligentia; nam omnes mirifice sumfilodocou=sin gloriae meae. Lepta noster mirificus est. sed nunc propero. perscribam ad te paucis diebus omnia.

[3] Cicerones nostros Deiotarus filius, qui rex ab senatu appellatus est, secum in regnum. dum in aestivis nos essemus, illum pueris locum esse bellissimum duximus.

[4] Sestius ad me scripsit quae tecum esset de mea domestica et maxima cura locutus et quid tibi esset visum. amabo te, incumbe in eam rem et ad me scribe quid et possit et tu censeas. idem scripsit Hortensium de proroganda nostra provincia dixisse nescio quid. mihi in Cumano diligentissime se ut annui essemus defensurum receperat. si quicquam me amas, hunc locum muni. dici non potest quam invitus a vobis absim; et simul hanc gloriam iustitiae et abstinentiae fore inlustriorem spero si cito decesserimus, id quod Scaevolae contigit qui solos novem mensis Asiae praefuit.

[6] Appius noster cum me adventare videret, profectus est Tarsum usque Laodicea. ibi forum agit, cum ego sim in provincia. quam eius iniuriam non insector. satis enim habeo negoti in sanandis vulneribus quae sunt imposita provinciae; quod do operam ut faciam quam minima cum illius contumelia. sed hoc Bruto nostro velim dicas, illum fecisse non belle qui adventu meo quam longissime potuerit discesserit.

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[degiovfe] - [2014-11-06 11:06:52]

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