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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 5 - 11

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5.11.

Scr. Athenis pr. Non. Quint. a. 703 (51).
CICERO ATTICO SAL.

Hui!, totiensne me litteras dedisse Romam, cum ad te nullas darem? at vero posthac frustra potius dabo quam, si recte dari potuerint, committam ut non dem. ne provincia nobis prorogetur, per fortunas! dum ades, quicquid provideri <poterit> provide. non dici potest quam flagrem desiderio urbis, quam vix harum rerum insulsitatem feram.

[2] Marcellus foede in Comensi. etsi ille magistratum non gesserat, erat tamen Transpadanus. ita mihi videtur non minus stomachi nostro <quam> Caesari fecisse. sed hoc ipse viderit.

[3] Pompeius mihi quoque videbatur, quod scribis a Varronem dicere, in Hispaniam certe iturus. id ego minime probabam; qui quidem Theophani facile persuasi nihil esse melius quam illum nusquam discedere. ergo Graecus incumbet. valet autem auctoritas eius apud illum plurimum.

[4] ego has pr. Nonas Quintilis proficiscens Athenis dedi, cum ibi decem ipsos fuissem dies. venerat Pomptinus, una Cn. Volusius; aderat quaestor; tuus unus Tullius aberat. aphracta Rhodiorum et dicrota Mytilenaeorum habebam et aliquid e)pikw/pwn . de Parthis erat silentium. quod superest, di iuvent!

[5] nos adhuc iter per Graeciam summa cum admiratione fecimus, nec me hercule habeo quod adhuc quem accusem meorum. videntur mihi nosse nostram causam et condicionem profectionis suae; plane serviunt existimationi meae. quod superest, si verum illud est oi(/aper h( de/spoina , certe permanebunt. nihil enim a me fieri ita videbunt ut sibi sit delinquendi locus. sin id parum profuerit, fiet aliquid a nobis severius. nam adhuc lenitate dulces sumus et, ut spero, proficimus aliquantum. sed ego hanc, ut Siculi dicunt, a)neci/an in unum annum meditatus sum. proinde pugna ne, si quid prorogatum sit, turpis inveniar.

[6] nunc redeo ad quae mihi mandas. in praefectis excusatio iis , quos voles deferto. non ero tam mete/wroj quam in Appuleio fui. Xenonem tam diligo quam tu, quod ipsum sentire certo scio. apud Patronem et reliquos barones te in maxima gratia posui et hercule merito tuo feci. nam mihi Ister dixit te scripsisse ad se mihi ex illius litteris rem illam curae fuisse, quod ei pergratum erat. sed cum Patro mecum egisset ut peterem a vestro Ariopago u(pomnhmatismo\n tollerent quem Polycharmo praetore fecerant, commodius visum est et Xenoni et post ipsi Patroni me ad Memmium scribere, qui pridie quam ego Athenas veni Mytilenas profectus erat, ut is ad suos scriberet posse id sua voluntate fieri. non enim dubitabat Xeno quin ab Ariopagitis invito Memmio impetrari non posset. Memmius autem aedificandi consilium abiecerat; sed erat Patroni iratus. itaque scripsi ad eum accurate; cuius epistulae misi ad te exemplum.

[7] tu velim Piliam meis verbis consolere. indicabo enim tibi, tu illi nihil dixeris. accepi fasciculum in quo erat epistula Piliae. abstuli, aperui, legi. valde scripta est sumpaqw=j . Brundisio quae tibi epistulae redditae sunt sine mea, tum videlicet datas cum ego me non belle haberem. nam illam nomanaria me excusationem.ne acceperis. cura ut omnia sciam sed maxime ut valeas.

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[biancafarfalla] - [2012-10-27 21:11:18]

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