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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 5 - 10

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5.10

Scr. Athenis prid. K. aut K. Quint. a. 703 (51).
CICERO ATTICO SAL.

ut Athenas a. d. vi Kal. Quintilis veneram, exspectabam ibi iam quartum diem Pomptinum neque de eius adventu certi quicquam habebam. eram autem totus, crede mihi, tecum et, quamquam sine iis per me ipse, tamen acrius vestigiis tuis monitus de te cogitabam. quid quaeris? non me hercule alius ullus sermo nisi de te.

[2] sed tu de me ipso aliquid scire fortasse mavis. haec sunt. adhuc sumptus nec in me aut publice aut privatim nec in quemquam comitum. nihil accipitur lege Iulia, nihil ab hospite. persuasum est omnibus meis serviendum esse famae meae. belle adhuc. hoc animadversum Graecorum laude et multo sermone celebratur. quod superest, elaboratur in hoc a me, sicut tibi sensi placere. sed haec tum laudemus cum erunt perorata.

[3] reliqua sunt eius modi ut meum consilium saepe reprehendam quod non aliqua ratione ex hoc negotio emerserim. o rem minime aptam meis moribus! o illud verum e)/rdoi tij ! dices 'quid adhuc? nondum enim in negotio versaris?' sane scio et puto molestiora restare. etsi haec ipsa fero equidem fronte, ut puto, et vultu bellissime sed angor intimis sensibus; ita multa vel iracunde vel insolenter vel in omni genere stulte insulse adroganter et dicuntur et tacentur cotidie; quae non quo te celem non perscribo sed quia dusecei/lhta sunt. itaque admirabere meam baqu/thta cum salvi redierimus; tanta mihi mele/th huius virtutis datur.

[4] ergo haec quoque hactenus; etsi mihi nihil erat propositum ad scribendum, quia quid ageres, ubi terrarum esses, ne suspicabar quidem. nec hercule umquam tam diu ignarus rerum mearum fui, quid de Caesaris, quid de Milonis nominibus actum sit; ac non modo nemo domo <sed> ne Roma quidem quisquam, ut sciremus in re publica quid ageretur. qua re si quid erit quod scias de iis rebus quas putabis scire me velle, per mihi gratum erit si id curaris ad me perferendum.

[5] quid est praeterea? nihil sane nisi illud. valde me Athenae delectarunt urbe dumtaxat et urbis ornamento et hominum amore in te et in nos quadam benevolentia; sed .multum ea philosophia sursum deorsum , si quidem est in Aristo, apud quem eram. nam Xenonem tuum vel nostrum potius Quinto concesseram, et tamen propter vicinitatem totos dies simul eramus. tu velim cum primum poteris tua consilia ad me scribas, ut sciam quid agas, ubi quoque <tempore>, maxime quando Romae futurus sis.

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[biancafarfalla] - [2013-05-26 09:19:28]

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