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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 5 - 8

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5.8


Scr. Brundisi iv aut iii Non. Iun. a. 703 (51).
CICERO ATTICO SAL.


me et incommoda valetudo, <e> qua iam emerseram utpote cum sine febri laborassem, et Pomptini exspectatio de quo adhuc ne rumor quidem venerat, tenebat duodecimum iam diem Brundisi; sed cursum exspectabamus.

[2] tu si modo es Romae (vix enim puto), sin es, hoc vehementer animadvertas velim. Roma acceperam litteras Milonem meum queri per litteras iniuriam meam quod Philotimus socius esset in bonis suis. id ego ita fieri volui de C. Duroni sententia quem et amicissimum Miloni perspexeram et talem virum qualem tu iudicas cognoram. eius autem consilium meumque hoc fuerat, primum ut in potestate nostra esset res, ne illum malus emptor alienus mancipiis quae permulta secum habet spoliaret, deinde ut Faustae .quoi cautum ille esse voluisset ratum esset. erat etiam illud ut ipsi nos si quid servari posset quam facillime servaremus. nunc rem totam perspicias velim; nobis enim scribuntur saepe maiora. si ille queritur, si scribit ad amicos, si idem Fausta vult, Philotimus, ut ego ei coram dixeram mihique ille receperat, ne sit invito Milone in bonis. nihil nobis fuerat tanti. sin haec leviora sunt, tu iudicabis. loquere cum Duronio. scripsi etiam ad Camillum, <ad Caelium>, ad Lamiam eoque magis quod non confidebam Romae te esse. summa erit haec. statues ut ex fide, fama reque mea videbitur.

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[degiovfe] - [2014-11-04 12:45:32]

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