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Cicerone - Epistulae - Ad Atticum - 2 - 16

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2.16


Scr. in Formiano in m. Maio a. 695 (59).
CICERO ATTICO SAL.


cenato mihi et iam dormitanti pridie K. Maias epistula est illa reddita in qua de agro Campano scribis. quid quaeris? primo ita me pupugit ut somnum mihi ademerit, sed id cogitatione magis quam molestia; cogitanti autem haec fere succurrebant. primum ex eo quod superioribus litteris scripseras, ex familiari te illius audisse prolatum iri aliquid quod nemo improbaret, maius aliquid timueram. hoc mihi eius modi non videbatur. deinde ut me egomet consoler, omnis exspectatio largitionis agrariae in agrum Campanum videtur esse derivata, qui ager; ut dena iugera sint, non amplius homines quinque milia potest sustinere; reliqua omnis multitudo ab illis abalienetur necesse est. praeterea si ulla res est quae bonorum animos quos iam video esse commotos vehementius possit incendere, haec certe est et eo magis quod portoriis Italiae sublatis, agro Campano diviso, quod vectigal superest domesticum praeter vicensimam? quae mihi videtur una contiuncula clamore pedisequorum nostrorum esse peritura.

[2] Gnaeus quidem noster iam plane quid cogitet nescio .

fusa? ga\r ou) smikroisin au)li/skoij e)/ti,
a)ll' a)gri/aij fu/saisi forbeiaj a)/ter

qui quidem etiam istuc adduci potuerit. nam adhuc haec e)sofi/zeto , se leges Caesaris probare, actiones ipsum praestare debere; agrariam legem sibi placuisse, potuerit intercedi necne nihil ad se pertinere; de rege Alexandrino placuisse sibi aliquando confici; Bibulus de caelo tum servasset necne sibi quaerendum non fuisse; de publicanis voluisse illi ordini commodare; quid futurum fuerit si Bibulus tum in forum descendisset se divinare non potuisse. nunc vero, Sampsicerame, quid dices? vectigal te nobis in monte Antilibano constituisse, agri Campani abstulisse? quid? hoc quem ad modum obtinebis? 'oppressos vos' inquit 'tenebo exercitu Caesaris.' non me hercule me tu quidem tam isto exercitu quam ingratis animis eorum hominum qui appellantur boni, qui mihi non modo praemiorum sed ne sermonum quidem umquam fructum ullum aut gratiam rettulerunt.

[3] quod si in eam me partem incitarem, profecto iam aliquam reperirem resistendi viam. nunc prorsus hoc statui, ut, quoniam tanta controversia est Dicaearcho familiari tuo cum Theophrasto amico meo ut ille tuus to\n praktiko\n bi/on longe omnibus anteponat, hic autem to\n qewrhtiko/n utrique a me mos gestus esse videatur. puto enim me Dicaearcho adfatim satis fecisse; respicio nunc ad hanc familiam quae mihi non modo ut requiescam permittit, sed reprehendit quia non semper quierim. qua re incumbamus, o noster Tite, ad illa praeclara studia et eo unde discedere non oportuit aliquando revertamur.

[4] quod de Quinti fratris epistula scribis, ad me quoque fuit pro/sqe le/wn, o)/piqen de\ --. quid dicam nescio; nam ita deplorat primis versibus mansionem suam ut quemvis movere possit, ita rursus remittit ut me roget ut annalis suos emendem et edam. illud tamen quod scribis animadvertas velim de portorio circumvectionis; ait se de consili sententia rem ad senatum reiecisse. nondum videlicet meas litteras legerat quibus ad eum re consulta et explorata perscripseram non deberi. velim si qui Graeci iam Romam ex Asia de ea causa venerunt videas et, si tibi videbitur, iis demonstres quid ego de ea re sentiam. si possum discedere, ne causa optima in senatu pereat, ego satis faciam publicanis; ei) de\ mh\ (vere tecum loquar), in hac re malo universae Asiae et negotiatoribus; nam eorum quoque vehementer interest. hoc ego sentio valde nobis opus esse. sed tu id videbis. quaestores autem, quaeso, num etiam de cistophoro dubitant? nam si aliud nihil erit, cum erimus omnia experti, ego ne illud quidem contemnam quod extremum est; te in Arpinati videbimus et hospitio agresti accipiemus, quoniam maritimum hoc contempsisti.

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[degiovfe] - [2014-10-19 20:00:08]

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