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Apuleio - De Deo Socratis - 23

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[23] Neque enim in emendis equis phaleras consideramus et baltei polimina inspicimus et ornatissimae cervicis divitias contemplamur, si ex auro et argento et gemmis monilia variegata dependent, si plena artis ornamenta capiti et collo circumiacent, si frena caelata, si ephippia fucata, si cingula aurata sunt. Sed istis omnibus exuviis amolitis equum ipsum nudum et solum corpus eius et animum contemplamur, ut sit et ad speciem honestus et ad cursuram vegetus et ad vecturam validus: iam primum in corpore si sit argutum caput, brevis alvus obesaque terga luxuriatque toris animosum pectus honesti; praeterea si duplex agitur per lumbos spina: volo enim non modo perniciter verum etiam molliter pervehat. Similiter igitur et in hominibus contemplandis noli illa aliena aestimare, sed ipsum hominem penitus considera, ipsum ut meum Socratem pauperem specta. Aliena autem voco, quae parentes pepererunt et quae fortuna largita est. Quorum nihil laudibus Socratis mei admisceo, nullam generositatem, nullam prosapiam, nullos longos natales, nullas invidiosas divitias. Haec enim cuncta, ut dico, aliena sunt. Sat Parthaonio gloriae est, qui talis fuit, ut eius nepotem non puderet. Igitur omnia similiter aliena numeres licebit; "generosus est": parentes laudas. "Dives est": non credo fortunae. Nec magis ista adnumero: "validus est": aegritudine fatigabitur. "Pernix est": stabit in senectute. "Formosus est": exspecta paulisper et non erit. "At enim bonis artibus doctus et adprime est eruditus et, quantum licet homini, sapiens et boni consultus": tandem aliquando ipsum virum laudas. Hoc enim nec a patre hereditarium est nec a casu pendulum nec a suffragio anniculum nec a corpore caducum nec ab aetate mutabile. Haec omnia meus Socrates habuit et ideo cetera habere contempsit.

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[kono67] - [2012-02-10 16:09:49]

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