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Apuleio - De Deo Socratis - 20

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[20] Verum enimvero, ut ista sunt, certe quidem ominum harioli vocem audiunt saepenumero auribus suis usurpatam, de qua nihil cunctentur (de qua sciunt) ex ore humano profectam. At enim Socrates non vocem sibi sed "vocem quampiam" dixit oblatam, quo additamento profecto intellegas non usitatam vocem nec humanam significari. Quae si foret, frustra "quaepiam", quin potius aut "vox" aut certe "cuiuspiam vox" diceretur, ut ait illa Terentiana meretrix: audire vocem visa sum modo militis. Quid vero vocem quampiam dicat audisse, aut nescit unde ea exorta sit, aut in ipsa aliquid addubitat, aut eam quiddam insolitum et arcanum demonstrat habuisse, ita ut Socrates eam, quam sibi (ac) divinitus editam tempestive accidere dicebat. Quod equidem arbitror non modo auribus eum verum etiam oculis signa daemonis sui usurpasse. Nam frequentius non (prae)vocem sed signum divinum sibi oblatum prae se ferebat. Id signum potest et ipsius daemonis species fuisse, quam solus Socrates cerneret, ita ut Homericus Achilles Minervam. Credo plerosque vestrum hoc, quod commodum dixi, cunctantius credere et inpendio mirari formam daemonis Socrati visitatam. At enim (secundum) Pythagoricos contra mirari oppido solitos, si quis se negaret umquam vidisse daemonem, satis, ut reor, idoneus auctor est Aristoteles. Quod si cuivis potest evenire facultas contemplandi divinam effigiem, cur non adprime potuerit Socrati optingere, quem cuivis amplissimo numini sapientiae dignitas coaequarat? Nihil est enim deo similius et gratius quam vir animo perfecte bonus, qui hominibus ceteris antecellit, quam ipse a diis immortalibus distat.

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[kono67] - [2012-02-10 16:00:47]

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