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Apuleio - De Deo Socratis - 4

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[4] Igitur homines ratione gaudentes, oratione pollentes, inmortalibus animis, moribundis membris, levibus et anxiis mentibus, brutis et obnoxiis corporibus, dissimilis moribus, similibus erroribus, pervicaci audacia, pertinaci spe, casso labore, fortuna caduca, singillatim mortales, cunctim tamen universo genere perpetui, vicissim sufficienda prole mutabiles, volucri tempore, tarda sapientia, cita morte, querula vita, terras incolunt. Habetis interim bina animalia: deos ab hominibus plurimum differentis loci sublimitate, vitae perpetuitate, naturae perfectione, nullo inter se propinquo communicatu, cum et habitacula summa ab infimis tanta intercapedo fastigii dispescat et vivacitas illic aeterna et indefecta sit, hic caduca et subsiciva, et ingenia illa ad beatitudinem sublimata sint, haec ad miserias infimata. Quid igitur? Nullone conexu natura se vinxit, sed in divinam et humanam partem partitam se et interruptam ac veluti debilem passa est? Nam, ut idem Plato ait, nullus deus miscetur hominibus, sed hoc praecipuum eorum sublimitatis specimen est, quod nulla adtrectatione nostra contaminantur. Pars eorum tantummodo obtutu hebeti visuntur, ut sidera, de quorum adhuc et magnitudine et coloribus homines ambigunt, ceteri autem solo intellectu neque prompto noscuntur. Quod quidem mirari super diis inmortalibus nequaquam congruerit, cum alioquin et inter homines, qui fortunae munere opulenti elatus et usque ad regni nutabilem suggestum et pendulum tribunal evectus est, raro aditu sit, longe remotis arbitris in quibusdam dignitatis suae penetralibus degens. Parit enim conversatio contemptum, raritas conciliat admirationem.

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[kono67] - [2012-02-08 15:03:56]

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